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mercoledì 10 dicembre 2008

Il sangue e la celtica

Il sangue e la celtica

Gli stragisti, gli infiltrati e gli incastrati. Le vittime e i carnefici, i picchiatori e i picchiati. I leader e i gregari. Tutti i "fratelli d'armi" della galassia neofascista. Nella storia più nera d'Italia.
2008pp. 504€ 18,00

"Vendicare piazzale Loreto": la storia del neofascismo armato comincia così, con la missione (fallita) per uccidere l'assassino del Duce. Dall'immediato dopoguerra fino agli anni Settanta si affacceranno nuove generazioni di estremisti, si assisterà a scissioni, deviazioni, processi e regolamenti di conti. A destra non c'è una rivoluzione da preparare, ma presto, per centinaia di militanti, la violenza diventerà l'unica via praticabile. Violenza d'attacco per costruire un nuovo ordine attraverso il caos (e forse qualcosa di più tragico), e di difesa, per garantirsi il diritto a esistere. Nicola Rao ha ricostruito misteri e retroscena del terrorismo nero, consultando migliaia di carte processuali, articoli dell'epoca e libri. Ma soprattutto ha ascoltato decine di testimoni e protagonisti, raccogliendo rivelazioni inedite, spesso clamorose, sulle stragi e sui tentati golpe. È un viaggio nel profondo della galassia nera che nessuno aveva tentato prima. Parafrasando le parole del fotografo Robert Capa: non esistono storie belle o brutte, ci sono soltanto storie raccontate da più o meno vicino.

martedì 30 settembre 2008

COME LE SAPEVA FARE BENE E BELLE LE CASE E LE CITTÀ IL MALE ASSOLUTO, NESSUNO.




Pietrangelo Buttafuoco per "Il Foglio"







Il libro di Antonio Pennacchi,"Fascio e Martello. Viaggio per le città del Duce"Come le sapeva fare bene e belle le case e le città il Male Assoluto, nessuno. Il libro di Antonio Pennacchi,"Fascio e Martello. Viaggio per le città del Duce" pubblicato da Laterza (euro 18,00), è un percorso indietro nel tempo, alla scoperta delle città fatte costruire da Mussolini che, escluse Sabaudia e Littoria poi ribattezzata Latina, sono ben poco conosciute alle italiche genti ammorbate dal Bene Totale. E' un esercizio di archeochic quello della scoperta dell'urbanistica del DUCE.
In taluni casi si parla addirittura di piccolissimi insediamenti oggi completamente abbandonati, come Borgo Riena, in Sicilia, che ha oggi un unico abitante, Totò Militello, un ottantenne condannato all'ergastolo per un omicidio in primo grado, che aveva aspettato l'appello "canziatu", cioè in latitanza, e che per questo di notte scendeva a Borgo Riena dove la sua famiglia si era trasferita per la colonizzazione. Totò, che si è sempre proclamato innocente, è stato assolto in appello. La Regione siciliana ha poi cacciato i pochi abitanti dell'insediamento, che ora è "vacante", vuoto. Così Totò è di nuovo "canziatu". Nessuna carta geografica riporta il nome di questa località, non è registrata in alcuna mappa catastale. Ma è una "città nuova" come le altre che Pennacchi ha visitato e di cui ha studiato la fisionomia e l'humus, la storia e soprattutto le cause della loro fondazione.
Queste città sono l'espressione tangibile della politica avviata da Mussolini a partire dagli anni Trenta e secondo Pennacchi - autore tra gli altri de "Il Fasciocomunista", un best seller Mondadori - e di "Palude" (Donzelli) - rispondente a un disegno che il DUCE aveva elaborato molti anni prima, ossia la bonifica dell'Italia centro-meridionale, la costruzione di insediamenti, "le città nuove", che divenissero il tessuto sociale di una nuova classe di contadini, capaci di rappresentare lo zoccolo duro del regime fascista.Pietrangelo Buttafuoco
La tesi di Pennacchi è che il DUCE vuole instaurare in Italia, all'indomani della presa del potere, una dittatura proletaria contadina, espropriando il latifondo che tanta estensione aveva nella penisola, e riDUCEndo così l'influenza dei grandi proprietari terrieri che possedevano migliaia di ettari di terra, ma si limitavano a coltivarli a grano o a lasciarli a pascolo, garantendosi una rendita parassitaria.
Si resta stupefatti apprendendo come, nel giro di pochi anni, il progetto di bonifica dell'Agro Pontino sia stato effettuato, ma anche l'insediamento umano, attraverso la costruzione ex novo di città, nelle quali sono stati trasferiti coloni provenienti da altre regioni di Italia, il Veneto per esempio, allettati dalla possibilità di un lavoro dignitoso ma soprattutto dal possesso di un podere che lo stato fascista consegnava al nuovo venuto e alla sua famiglia già perfettamente completo.
L'avventura di costruire città laddove per secoli, se non addirittura per millenni, aveva regnato la palude, abitata da micidiali zanzare portatrici di malarie, serpenti lunghi anche due metri e grossi topi roditori, è un affare di stato. Sbalordisce la velocità con cui tale progetto è stato portato a termine. Aprilia fu edificata in diciotto mesi, per Littoria ne bastarono addirittura sei. Il centro dell'insediamento è rappresentato dalla torre littoria che, secondo Pennacchi, è la ripresa che il fascismo fa, della torre medievale che per tutta l'età comunale rappresenta il cuore laico della civitas, facendo fuori il luogo comune, che invece identifica nella chiesa il centro simbolico della comunità.
Le immagini note del DUCE che pone la prima pietra e, novello Romolo, traccia il solco, dovettero ripetersi innumerevoli volte, se il calcolo di Pennacchi arriva a contarne fino a centocinquanta di varie dimensioni da una punta all'altra dell'Italia, fino all'Istria e senza contare i villaggi edificati nell'Impero fascista. Non è solo l'impresa, già per sé meritoria, di fondare città, che è un altro modo non guerresco di "essere facitori di storia". La città diviene il luogo in cui gli individui che la abitano, possono partecipare a una serie di attività organizzate secondo i dettami del partito. Il cinema, il dopolavoro, la biblioteca, l'asilo, i campi sportivi.
Ad Arsia ci saranno perfino le piscine e gli impianti di riscaldamento centralizzato. E poi le organizzazioni giovanili, la Mutua, le colonie estive. Il DUCE ha ruralizzato le masse mediante un'urbanizzazione realizzata in soli dieci anni, dal 1932 al 1942. Continuava a far costruire città anche in piena guerra. Hanno, tutte queste città, una sorta di impronta che le accomuna. Intanto ovunque sono stati piantati eucaliptus perché assorbono acqua, allontanano le zanzare e sono un'ottima barriera contro il vento, almeno così sostenevano quelli della Milizia forestale che li piantavano ovunque. Pare che fosse tutto vero, tranne la storia che respingessero le zanzare, anzi sembra proprio che avessero l'effetto contrario.
Ma tant'è, almeno contro il vento funzionavano davvero. E infatti, dopo la guerra, la Regione Lazio li ha fatti sradicare, così che le trombe d'aria, adesso, quando arrivano, tirano via perfino i tetti dei capannoni e gli oleandri che la gente ha piantato in giardino. Ogni città ha la sua piazza, la sua Casa del Fascio e anche il suo campanile, ma un tantino defilato rispetto al centro urbano. Gli anni in cui l'urbanizzazione delle terre bonificate raggiunse il suo culmine, vanno dal '31 al '36. In pochi anni si passa "dalla preistoria alla modernità".
Poi c'è la conquista dell'Impero e successivamente, dal '38 al 42, il secondo periodo di bonifica, in Puglia, Campania e Sicilia. Anche la fondazione dell'Impero con la conquista dell'Abissinia e il trasferimento in Libia di trentamila rurali, fa parte del disegno fascista di dittatura delle masse. Visto che la bonifica in Italia comporta lo scontro con i grandi latifondisti, Mussolini ritiene più semplice andare a conquistare la terra di cui ha bisogno fuori dalla penisola costruendovi sopra i villaggi che debbono ospitare i coloni. Anche in questo caso l'obiezione di tanta storiografia è che sembra un'operazione esagerata andare a conquistare terra mentre altri cercano almeno oro e petrolio, e farlo con i gas.
Attraverso il viaggio per le città del DUCE, Pennacchi in realtà vuol delineare la fisionomia del regime fascista. La sua tesi è che, lungi dall'essere una dittatura di destra, quella che Mussolini instaurò fu una dittatura contadina. Era il passato socialista del giovane Mussolini che si realizzava nella creazione di una classe sociale nuova ritagliata sull'espropriazione del latifondo e la rinascita dell'antico mezzadro vessato dal padrone a colono di un podere tutto suo.
A segnare la trasformazione del regime in totalitarismo concorre l'avvicendarsi dei simboli dalla prima fase della ruralizzazione alla successiva. La torre littoria viene sostituita nella sua centralità, dalla Casa del fascio, il potere laico è divenuto potere proletario. Non era stata operazione facile da realizzare. Anzi in un primo tempo, Mussolini non è ancora così forte da poter inimicarsi il ceto agrario, né ha tutto il denaro che i suoi progetti richiedono. Pertanto si appoggia agli stessi proprietari terrieri che vengono aiutati nei lavori di bonifica, da sovvenzioni dello stato. Ma alla fine degli anni Venti la situazione cambia.

Il DUCE, nonostante le resistenze dei latifondisti, affida i lavori di bonifica all'Opera Nazionale Combattenti fondata da Nitti, di cui nomina responsabile unico il conte Valentino Orsolino Cencelli, al quale dà carta libera: espropriare la terra, frazionarla in piccole unità e venderla ai coloni. Lo scontro è duro. Da una parte, il Consorzio dei proprietari, che ha buoni appoggi al ministero dell'Agricoltura, dall'altra Cencelli. Quando le tensioni tra le due parti diventano insostenibili, il DUCE sostituisce Cencelli con Araldo di Crollalanza, più diplomatico nei rapporti con i proprietari terrieri ma anche più sinceramente socialista.
Aprilia e Pomezia vengono progettate da Concezio Petrucci, un giovane architetto che nel 1929 già insegnava nella facoltà di Firenze appena istituita e che successivamente progetterà Fertilia in Sardegna e Segezia in Puglia. Sabaudia viene fondata nel 1933. Intanto il DUCE ha ben altre preoccupazioni. Nel 1935 la conquista dell'Abissinia gli ha inimicato le potenze europee, che attraverso la Società delle Nazioni comminano all'Italia pesanti sanzioni, tra cui il divieto di importare merci dall'Europa. L'Italia ha soprattutto bisogno del carbone per il quale dipende totalmente dai paesi europei. Viene trovata una valida alternativa nella lignite, un succedaneo del carbone, che si trova in grandi quantità nel Sulcis, in Sardegna. Ha minor potenza calorica ed è più costoso del carbone, ma non c'è altro da fare. Il DUCE dà ordine di estrarlo.
Viene creata l'Acai (Azienda Carboni Italiani), con a capo il commendatore Giulio Segre, proprietario di una società estrattiva con miniere di carbone in Istria, l'Arsa, che confluirà nell'Acai. Segre farà costruire Carbonia in Sardegna e Arsia in Istria, tra Pola e Fiume. Anche la storia di questi insediamenti, può servire a notare alcune incongruenze del regime. Il DUCE va in Abissinia ricavandone l'isolamento economico in Europa, deve inventarsi una materia prima da produrre in Patria e da inviare ovunque nella penisola, impiantare miniere, trasferire individui che hanno bisogno di insediamenti abitativi, "le città dell'autarchia". Qui il controllo sociale è ferreo. Nessun ricambio di classi sociali come era avvenuto nelle città della bonifica. Carbonia è popolata per il cinquanta per cento di pregiudicati, non ci sono donne, è un insediamento che gravita interamente sull'attività mineraria che Segre controlla con pugno di ferro, ricevendo dal DUCE attestati di stima. Ma i tempi cambiano, anche i vincoli più saldi e le amicizie più durature non reggono l'urto e la sciagura della ragion di stato. Cresce l'ostilità contro gli ebrei.Mussolini e Famiglia
Segre era ebreo di nascita, ma si riteneva italiano a tutti gli effetti. Rifiutava il sionismo, era un fascista convinto, un grande patriota e un eroe della Grande guerra. L'architetto che aveva scelto per disegnare il piano regolatore di Carbonia era un triestino di origine ebrea, Gustavo Pulitzer. Carbonia fu inaugurata il 18 dicembre 1938, ma Segre non partecipò alla festa. Il 17 novembre erano state promulgate le leggi razziali. Segre viene costretto alle dimissioni dalla guida dell'Acai e sostituito. Nel '43 chiede ancora invano di poter partecipare alla guerra, da soldato italiano. Dovette riparare in Vaticano dove morì nel '44.
Dopo la guerra, il carbone, quello vero, riprese ad arrivare dall'Europa e via via le estrazioni nel Sulcis presero a rallentare fin quasi a cessare. Pare che, oggi, sia rimasto in attività un unico pozzo. Carbonia invece è ancora lì, è diventata una città del terziario, la più importante del versante sud-occidentale della Sardegna. Le gallerie delle miniere stanno ancora tutte sotto la città, sono parte essenziale della sua identità. Pare che il vento, quando soffia forte, si insinui nei mille cunicoli sotterranei urlando. Urla quasi umane che arrivano fino a sù. Il calore emanato dalla lignite non si è spento, talvolta si innalzano colonne di fumo. In città si mormora che la miniera è abitata dagli spiriti. Forse è il fantasma di Segre che attende ancora giustizia.
La seconda fase della bonifica viene attuata a partire dal 1938 da Araldo di Crollalanza, incaricato dal DUCE di estendere i lavori nel Foggiano, dopo i successi dell' Agro Pontino, in Campania e in Sicilia. Il piano prevede una durata di dieci anni per la completa realizzazione del progetto. Bisognerà appoderare il territorio in piccole unità affidate alle famiglia coloniche con contratti di lunga durata.
Gli inadempienti saranno espropriati. Lo stato realizzerà tutte le infrastrutture necessarie: strade, ponti, canalizzazione delle acque. Nemmeno lo scoppio della guerra fa recedere Mussolini dai suoi progetti. Ancora nel '42, in piena guerra, viene inaugurata Segezia, la più importante delle città pugliesi. Ma l'operazione compiuta in precedenza, trapiantare popolazioni di altre regioni italiane nel tessuto sociale preesistente, suscita forti reazioni contrarie. E di Crollalanza dovette cedere alle pressioni locali sia degli inviperiti proprietari terrieri espropriati delle loro terre che dei braccianti. Con la caduta del Fascismo, sarà la Democrazia Cristiana ad avviare una nuova riforma agraria, ancora con gli agrari contro, e i braccianti minacciosi disposti anche a bruciare le terre pur di entrarne in possesso. La frammentazione della terra sarà così parcellizzata - i poderi non dovevano superare i quattro ettari di estensione - che molti braccianti pugliesi, emigreranno, abbandonando la terra. Intanto è stata ripresa la coltivazione del grano. E' un'attività più comoda, permette al contadino di tornare la sera al paese. Sono state dismesse le stalle e qualunque agricoltura intensiva. I piccoli poderi sono stati rivenduti e nel giro di pochi anni sono ricomparsi i latifondi.Mussolini e Hitler
La classe dirigente del dopoguerra sarà rappresentata da quello stesso ceto di latifondisti espropriati durante il fascismo. Il nuovo è il vecchio che ritorna. Nelle città fondate dal DUCE non ci abita più nessuno, solo qualche famiglia che si è impadronita abusivamente delle case. Di sera la piazza di Segezia si riempie di extracomunitari che tornano dal lavoro nei campi. Sembra una moderna torre di Babele, riecheggiano idiomi vari compresi solo da chi li parla.
Poi come le quinte di un palcoscenico, la piazza lentamente si svuota, la città torna deserta e tutti vanno a dormire chissà dove. Il grande progetto di Mussolini, creare "l'uomo nuovo", ruralizzare l'Italia, ridimensionare i privilegi dei grandi latifondisti, ridare nuova linfa all'agricoltura, disseminare l'Italia di poderi, è fallito. Così come l'assalto al latifondo siciliano, dove c'erano in ballo ben cinquecentomila ettari di terra da espropriare. La guerra ha spazzato via tutto. Per alcuni storici l'unico risultato tangibile del progetto del DUCE, sarebbe la bonifica dell'Agro Pontino, settantamila ettari di terreno.
In realtà l'operazione riguarderebbe circa un milione di ettari. Pennacchi sostiene che, se Mussolini avesse solo portato a termine la ruralizzazione dell'Italia, sarebbe restato un fascista di Littoria, il guaio è che poi i fascisti sarebbero diventati tutti antifascisti, compreso quel pennellone lì che c'ha campato una vita a fare i saluti romani e a trascinarsi dietro Mirko Tremaglia e Carlo Tassi in camicia nera, giusto per guadagnarsi la giornata con i ragazzi di Salò.
Detto questo ha ragione Lucio Caracciolo che ha ospitato nel suo Limes questo straordinario viaggio di uno straordinario scrittore qual è il Pennacchione nostro, dove si parte in un modo e si arriva in un altro. E veramente - come scrive Caracciolo - sarebbe stata "una catastrofe epistemologia" se il DUCE non avesse avuto il mal di pietre nel costruire tutte le sue città. Nessuno dopo l'avrebbe fatto e nessuno avrebbe fatto le bonifiche e soprattutto non ci sarebbe stato Antonio Pennacchi, scrittore di Latina. "Una catastrofe epistemologica". Infine la domanda di Caracciolo: "Ma al Duce ‘Le città del Duce' di Antonio Pennacchi sarebbe piaciuto?". Certo che gli sarebbe piaciuto: il DUCE era dei nostri.

giovedì 4 settembre 2008

La Contro Rivoluzione

Thomas Molnar
La ControRivoluzione
Edizione Volpe
Pagine: 189
€12,00

Filosofo della politica e storico delle idee. Di origine ungherese, risiede ormai da lungo tempo negli Stati Uniti. Ha viaggiato molto e insegnato in numerose università e in particolare in quelle magiare, francesi, e americane. E' noto in Italia, oltre che per i suoi libri, per aver partecipato, fin dagli anni Settanta, ai Convegni Annuali delle Fondazione Gioacchino Volpe. Tra le sue opere tradotte in italiano: Il declino dell'intellettuale (Edizioni dell'Albero 1965), La controrivoluzione (Volpe 1970), Il vicolo cieco della sinistra (Rusconi 1970, con Jean-Marie Domenach e Augusto Del Noce), Lo Stato debole (Thule 1980), L'eclisse del sacro (Edizioni Settecolori 1992, con Alain de Benoist). Profondo conoscitore della realtà statunitense, èautore di numerosi libri in argomento, tra i quali spicca L' Américanologie (E Age d'Homme 1991), di prossima traduzione per i nostri tipi (collana "Anamerica").

sabato 30 agosto 2008

I Leoni morti



I leoni morti
€20,00
brossura, 288 pagine, 29 fot.
Quarta edizione
Ritter Edizioni
Non siamo mai stati, caro amico, ne disertori, ne di conseguenza Vicepresidenti del Consiglio dei Ministri, ma ricordiamo assai bene del detto di Napoleone: "Ciò che conta in guerra non sono gli uomini, è l'uomo cioè il soldato che sa battersi fino in fondo, difendendo un pezzo di terra o, contro ogni logica, un brandello di idea". Nel libro I Leoni Morti assistiamo alla difesa della Cancelleria del Reich da parte dei combattenti francesi della Divisione S.S. Carlomagno, il 2 maggio del 1945. Sapevano bene che tutto era perduto. Cosa facevano allora laggiù? Anche in Coulqualber, fine dell'Impero, di Rinaldo Panetta, vediamo i soldati del Colonnello Ugolini contrattaccare all'arma bianca e cadere su di una terra remota che l'Italia aveva civilizzata: per loro non v'era speranza, tuttavia perdettero in pochi giorni l'85% della loro forza. E così fu della Folgore ad El Alamein, così dei Giovani Fascisti a Bir El Gobi, così delle Camicie Nere della Tagliamento nella battaglia di Natale in Russia, così dei bersaglieri "cacciatori di carri" che combatterono col Maresciallo Rommel in Cirenaica, di aviatori e marinai italiani che compirono, durante l'ulimo conflitto, imprese inaudite. L'essenziale, rimane sempre l'uomo. Gli assediati dell'Alcàzar di Toledo, gli aviatori giapponesi Kamikaze, i fanti tedeschi combattenti sull'Oder nel 1945 e, più di recente, i difensori portoghesi di Carmona nell'Angola, appartengono alla stessa famiglia. Il loro onore è fedeltà. Ecco perche con questa lettera, vorrei, di là d'ogni frontiera, dedicare quest'edizione italiana alla nobile famiglia del Soldato.

giovedì 7 agosto 2008

L'amore al tempo del piombo

di Giovanni Tarantino



«Quello che veramente ami rimane, il resto è scorie / Quello che veramente ami non ti sarà strappato / Quello che veramente ami è la tua eredità». Con riferimento a questi indimenticabili versi di Ezra Pound tratti dai Canti pisani, arriva in libreria Quello che veramente ami, primo romanzo di Riccardo Arena (Dario Flaccovio Editore, pp. 251, euro 13,50).
L’autore, palermitano, classe 1962, giornalista professionista, si occupa di cronaca giudiziaria al Giornale di Sicilia ed è corrispondente de Il Foglio e di Panorama, per le quali testate ha trattato i più importanti processi tenuti nel capoluogo siciliano, da Andreotti a Dell’Utri sino a Cuffaro. Già vincitore, nel corso della sua carriera, del premio “Cronista dell’anno” e di due premi “Informazione e sanità”, settore di cui è un vero specialista e su cui ha anche scritto un libro-inchiesta nel ’94, Sanità alla sbarra, approda ora alla narrativa con questo suo primo sorprendente romanzo.
La storia, ambientata nella Milano del ’77, con riferimenti alla Sicilia del ’68 e del ’92, narra di una controversa quanto romantica relazione sentimentale tra Enrico, detto il Tunisi, «fascista fino al midollo», e Monica, vicina all’Autonomia Operaia, ma bellissima agli occhi dell’innamorato emigrato che le dedica spesso le parole della celebre Era bella di Renato dei Profeti: «Che importa la gente / che importa soffrire / che importa morire / Era bella era bella / quella donna era tutto per me». Una storia d’amore tra un “nero” e una “rossa”, come viene simboleggiato dalle due ciliegie dei medesimi colori raffigurate in copertina, che ricorda come nell’Italia degli anni Settanta «poteva capitare di diventare “fasci” o “compagni” per valutazioni tutt’altro che politiche – come si legge nella prefazione di Giovanni Bianconi – per essere nati o abitare in un quartiere piuttosto che in un altro, per appartenenza familiare, per orgoglio, per riuscire a conquistare una ragazza, per un’amicizia, per un’ingiustizia subita o per una storia sentita raccontare chissà da chi».
Ma è soprattutto una storia d’amore “vera” e intensa, quella vissuta nel romanzo tra Enrico e Monica: tra politica, rugby, botte, feriti, violenza, gli albori dello spontaneismo armato di destra e l’onda crescente del terrorismo rosso, la relazione tra Enrico e Monica appare come un autentico incontro tra elementi di una stessa generazione che non aveva motivo di essere contrapposta. Non è il primo caso in cui possiamo registrare un’inversione di tendenza nel panorama letterario italiano. Da qualche tempo, infatti, non assistiamo più alla celebrazione degli anni Settanta “a senso unico”: un graduale fermento, che bisogna far risalire alla pubblicazione di romanzi come Il paese delle meraviglie di Giuseppe Culicchia e Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi, e che passa attraverso Camerata addio di Pierluigi Felli, I rossi e i neri di Miro Renzaglia, Anni di porfido di Ferdinando Menconi, Io non scordo di Gabriele Marconi, Baci e bastonate di Augusto Grandi e Mamma stanotte non torno di Bibi Bianca, per concludersi appunto con Quello che veramente ami, sta portando negli ultimi anni alla ribalta diverse riflessioni non conformiste su quel periodo. E non solo: si ha l’impressione che, a differenza dei tanti romanzi scritti a cavallo degli anni Novanta che non davano mai voce in capitolo ai giovani collocati a destra, se non minimizzandone gli aspetti positivi e dipingendoli nella solita stereotipata veste di beceri violenti picchiatori, questa nuova ondata di autori non allineati abbia come prerogativa quella di dare voce a tutti i giovani, tralasciando l’aspetto delle appartenenze politiche, visto come secondario.
È proprio il caso di Quello che veramente ami, vera e propria icona dell’incontro generazionale tra ragazzi che innanzi tutto erano giovani, prima ancora di essere “rossi” o “neri”. Così, nel libro, percepiamo come l’amore e i sentimenti, la passione per il rugby che unisce esponenti di destra e di sinistra che giocano nella stessa squadra, il Clan, con le divise verdi ispirate a quelle dell’Irlanda, la musica dei Profeti piuttosto che di Francesco Guccini, Rino Gaetano o Lucio Battisti, l’apprezzamento assolutamente condiviso per la poesia di Ezra Pound, restituiscano i giovani alla loro dimensione naturale, ad un giovanilismo che prescinde ogni appartenenza politica.
E il tutto contestualizzato nell’anno simbolo di un intero movimento generazionale quale è stato il ’77. Non deve stupire la dedica a Pound, il poeta americano che nel libro viene apprezzato anche da esponenti della sinistra. Del resto proprio nel ’77 all’autore dei Cantos furono dedicati dei versi dal grande artista Andrea Pazienza, legato anch’egli a quella stagione creativa, che nella sua celebre poesia Amo dichiarò: «Amo Ezra Pound, fascista». E il poeta fascista viene ritenuto anche da Arena una vera e propria icona: «Il poeta americano, che fu ritenuto matto perché fascista, ha affascinato un’intera generazione per la sua capacità di non arrendersi. Lui che combatteva a parole e fatti il capitalismo che imperava negli Stati Uniti, ha regalato al mondo una visione onirica del fascismo, con versi bellissimi. E ancora oggi la frase "Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o non valgono nulla le sue idee, o non vale niente lui", campeggia sulla tomba di Giustino Blandi, uno dei migliori uomini di sempre della destra siciliana. Proprio quella frase riecheggiava nelle giornate del ’77». Un anno davvero cruciale nella vita pubblica e generazionale del nostro paese, quello, che secondo Arena «rappresenta un passo molto importante nella storia d’Italia. In quell’anno vengono fuori, come mai era accaduto in precedenza, le contraddizioni interne al mondo della sinistra. Alla Sapienza si assiste alla contestazione di Lama, mentre a Bologna il sindaco del Pci Renato Zangheri autorizza l’intervento dei blindati che arriveranno agli scontri con gli extraparlamentari che porteranno alla morte di Francesco Lorusso. Ma da lì a poco i giovani cominceranno a capire che la violenza non portava ad alcun risultato».
Così, ad esempio, la stessa contestazione nei confronti di Lama verrà accolta con entusiasmo anche a destra, da parte di aderenti al Fuan che individuavano nella creatività pittoresca degli “indiani metropolitani” lo stesso entusiasmo, la stessa voglia di portare “l’immaginazione al potere” che era stata dei dannunziani a Fiume. Di lì a breve cominciava la stagione delle sintesi, dei ragionamenti al di là della destra e della sini stra, categorie ormai desuete, della riscoperta della società civile e i giovani si ritrovavano su posizioni condivise sui grandi dibattiti degli anni Ottanta, come la questione ambientale o gli orizzonti d’Europa unita che l’ormai logoro muro di Berlino lasciava intravedere.
È questa una prospettiva condivisa dallo stesso Arena: «Gli anni Settanta sono stati per certi versi durissimi. Abbiamo dovuto assistere a morti assurde come quella di Mantakas, di Zicchieri, di Ramelli, la strage di Acca Larentia. Ma non credo giusto parlare di quel periodo solo alla luce della scia di sangue che ha lasciato. Bisogna ricordare che grazie alle suggestioni ereditate dal ’77 si venne successivamente a creare il tunnel che permise di uscire dalla stagione del terrorismo e della violenza. Si impose il senso di responsabilità, si ritenne che giovani vite non potevano più essere sacrificate a guerre che non appartenevano più a quelle generazioni». Poteva succedere quindi che Enrico e Monica, protagonisti di Quello che veramente ami e immaginifici emblemi della loro generazione, cantassero insieme a squarciagola, in macchina, come si utilizzava proprio in quegli anni, Dio è morto di Francesco Guccini.
Episodi che chi ha vissuto da adolescente o da giovane gli anni Settanta ricorda bene ancora oggi. «Del resto – prosegue Arena – concordo con il parere di Gemma Capra, la vedova del commissario Calabresi, una delle più rappresentative vittime della violenza degli “anni di piombo”, quando dice che i cinquantenni di oggi hanno nostalgia di quegli anni perché furono gli anni della loro gioventù. Non è certo nostalgia per la violenza quella: caso mai è il rammarico di chi vede ormai perduto il tempo in cui si fu ragazzi».
Enrico, in un trascorrere molto coinvolgente degli eventi, conquista Monica, inizialmente sulla pregiudiziale nei confronti del coetaneo “fascista”, che riteneva conoscitore solo di Faccetta nera e Battaglioni del Duce... Tutt’altro. il Tunisi, invece, sfoggia invece conoscenze musicali degne del suo periodo, così come in camera il poster che ha appeso non è certo quello di un gerarca ma del campione di rugby Jean Pierre Rives, quello che, secondo una celebre frase avrebbe «osato mettere la testa dove gli altri non hanno messo nemmeno i piedi». Un “fascista” libertario e nonconformista, a suo modo postsessantottino, Enrico, che si scontra ripetutamente col padre, che fascista – e combattente – lo fu per davvero durante la seconda guerra mondiale, che non condivide le scelte del figlio e lo rimprovera di combattere una guerra che non è sua.
E che sul finire del libro si interroga sulla stessa definizione che gli appare non idonea, rispondendo a un interlocutore immaginario: «Forse fascista non lo sono mai stato». E allora, se chiediamo ad Arena, cosa era realmente Enrico, scopriamo che «era essenzialmente e istintivamente un ribelle. Come tutti i suoi coetanei del tempo si è creduto a tratti rivoluzionario, ha pensato che il cosiddetto “sistema” dovesse essere rovesciato, ma lo ha fatto in maniera quasi inconsapevole, non capendo nemmeno di quale sistema parlasse. Un ribellismo spontaneo quello di Enrico che lo porta al contrasto col padre, a sua volta fascista. C’è tuttavia nelle idee di Enrico una mutazione della grande componente sociale del fascismo movimento, che fu autenticamente rivoluzionaria e che, come tutte le rivoluzioni, ha lasciato anche delle eredità positive. Quella componente storica della destra che ha vissuto a lungo all’interno del Movimento sociale italiano, attenta ai problemi sociali, e che ha portato in molti a chiedersi in cosa effettivamente un uomo politico come Alemanno fosse realmente “di destra”».
Il libro di Arena ha quindi il grande merito di superare ogni pregiudizio e di proporre una nuova ottica con cui guardare ai fenomeni politici e culturali del nostro tempo che «necessitano un superamento delle vecchie dicotomie politiche che oggi, qualora ancora non lo fossero, devono essere superate». E si può pure sostenere che anche attraverso questo romanzo è stato fatto un altro importante passo verso la costruzione di un immaginario condiviso.
Ed è possibile, infine, rintracciare la speranza, come si legge nella postfazione di Lirio Abbate, «che oltre all’amore tra i protagonisti emerga anche l’amore per la politica attiva, per la voglia di esserci e di partecipare, di lavorare per il bene comune. È questo un libro d’amore per i giovani che non ci stanno a rassegnarsi e che vogliono combattere, con la riscoperta degli ideali, una politica che oggi, come ricorda Guccini, è solo far carriera». Parafrasando il Luciano Ligabue di Una vita da mediano, invece, Lirio Abbate, indica come Quello che veramente ami inviti soprattutto a stare «lì nel mezzo» e a mettersi in gioco per costruire una società che non viva di apatia, di disimpegno o di antipolitica: «Per ritrovarsi, per riprendersi e per decidere da sé il proprio futuro».

mercoledì 6 agosto 2008

I Templari





I Templari - MOLLE J.V.
€12.91

Ecig, 1994




Le fiamme che avvolsero, la sera del 18 marzo 1314, Jacques de Molay e Geoffroy de Charnay, mettevano fine - per volere di Filippo il Bello, re di Francia - all'epopea che aveva portato i Templari dal ruolo di umili e casti protettori dei pellegrini in Terrasanta, a quello di una delle istituzioni economiche e militari più potenti e temute della Cristianità.
Custodi del tesoro dei Capetingi, ricchi in possedimenti e denaro, i "Fratelli del Tempio" erano retti da una rigida e minuziosa Regola, nata sotto l'influsso dell'ispiratore stesso delle Crociate, Bernardo di Chiaravalle. Segreta ma non arcana, la Regola getta una luce autonoma sulla vita quotidiana di questi cavalieri che, dopo aver accolto con monastico fervore la missione di garantire la sopravvivenza e la sicurezza degli Stati cristiani in Medio Oriente, esauritesi la fede combattente e la necessità sociale, furono le probabili vittime di superiori interessi e comuni viltà. I bagliori del frettoloso rogo sull'Ile-des-Javiaux, le accuse infamanti e infami rivolte contro i "Fratelli", i forzieri ricolmi d'oro hanno sollecitato, favoriti dalla segretezza di un ordinamento essenzialmente militare, la fantasia di molti studiosi e sedicenti tali, di curiosi ed azzeccagarbugli. Di fronte ad accuse astruse, difese non richieste, esoteriche speculazioni ed azzardate "ricostruzioni", è giunto il momento di cedere la parola a coloro che, delusi e silenti, affrontarono torture, abjuree ritrattazioni in un mondo ormai non più loro.

martedì 5 agosto 2008

Fuoco Fatuo


FUOCO FATUO


Autore: Drieu La Rochelle Pierre
Editore: Mondadori
Pagine: 132
2008
€ 8,80


Pubblicato nel 1931, "Fuoco fatuo" è ispirato al suicidio dello scrittore surrealista Jacques Rigaut, uno dei più cari amici dell'autore, e traccia un affresco di una generazione e un'epoca tormentata che ha avuto in Drieu uno dei suoi più grandi cantori. Alain, il protagonista del romanzo, è il prodotto di una società alla deriva e al tempo stesso un uomo in rivolta, che rifiuta il mondo degradato e privo di valori "eroici" che lo circonda. Lo scrittore francese diventa qui l'osservatore quasi scientifico, per implacabilità e minuzia di analisi, degli ultimi giorni di un uomo che, già sconfitto dagli eventi e dalla droga, ha deciso di compiere l'unico gesto individuale ormai possibile per sfuggire alla menzogna dell'irrealtà quotidiana e per aderire, finalmente, alle cose.

Io, l'uomo nero


Io, l'uomo nero
Una vita tra politica, violenza e galera

Edizioni Marsilio
Autore: Concutelli Pierluigi; Ardica Giuseppe
Anno: 2008
Pagine: 220
Prezzo:14,00 €



Roma, 10 luglio 1976. Otto e trenta del mattino. Nel quartiere africano di Roma, c’è una Fiat “124” parcheggiata contromano. Dall’auto scende un uomo che impugna un mitra, fa qualche passo e spara. L’obiettivo è un altro uomo che si accascia senza vita. La vittima è Vittorio Occorsio, un giudice. L’assassino si chiama Pierluigi Concutelli.Gli anni di piombo visti da un protagonista, da un “cattivo”. Pierluigi Concutelli, pluriergastolano, ex terrorista nero ed ex comandante militare del Movimento Politico Ordine Nuovo, in questo libro si racconta senza sconti. Spiegando le ragioni di scelte così tragiche e il perchè dell’utopia della rivoluzione armata che scaraventò l’Italia in un clima da guerra civile. La vita da clandestino, le rapine, gli omicidi.Dagli anni delle scazzottate in piazza con i comunisti fino alle pistole e al sangue. Infine, l’arresto. Il 13 febbraio del 1977 gli uomini dell’antiterrorismo circondano uno stabile nel centro storico di Roma, in via dei Foraggi. Concutelli è in trappola. In manette davanti alle telecamere della Rai, si dichiara prigioniero politico e da quel giorno conoscerà solo il carcere.Pierluigi Concutelli non si è mai pentito e non si è mai dissociato dalla lotta armata. Ha 63 anni e quattro ergastoli da scontare (per insurrezione e per gli omicidi Occorsio, Buzzi e Palladino).Giuseppe Ardica (1971), siciliano di Enna, giornalista. Si è occupato di cronaca nera e giudiziaria. Oggi lavora a “Rai Parlamento”. Pierluigi Concutelli (1944), romano, neofascista, condannato a quattro ergastoli. Oggi usufruisce del regime di semilibertà lavorando per conto della SEB da oltre un anno.

L'ultima del diavolo






Pietrangelo Buttafuoco


L'ultima del diavolo
Mondadori
2008
Pagine 280
Prezzo € 18,00


Sua Eminenza Reverendissima, il cardinale Taddeo Reda di Giugliano, consigliere diplomatico della Santa Sede, è uno splendido principe di Santa Romana Chiesa. Uno di quelli fatti come una volta: molto nobile, molto capriccioso, molto snob, molto napoletano. E assolutamente al suo livello di uomo di gran mondo è il diavolo che si presenta a proporgli un patto davvero bizzarro. Nick Mac Pharpharel è infatti un demone di altissimo rango, che conosce alla perfezione Dante Alighieri nonché "le vele, gli sci, l'aoristo, gli ideogrammi, il sanscrito, i sacri testi, i cataloghi dei porno shop", oltre a ogni segreto della vita notturna newyorkese.Che cosa desidera il principe delle Tenebre dal principe della Chiesa? Una cosa da nulla: che venga definitivamente rovesciato dagli altari un santo del quale, peraltro, nessuno sa più niente. Si tratta del monaco Bahira, un eremita del deserto che a Bosra, in Siria, per primo riconobbe il segno della profezia nel ragazzino giunto con una carovana di Quraysh. Era Maometto quel giovane garzone, e che il profeta dell'Islam sia stato riconosciuto da un monaco cristiano attesterebbe quanto per alcuni è un'assodata certezza e per moltissimi uno scandalo insopportabile: l'iniziazione cristiana all'Islam.Occorre quindi cancellare ogni traccia di Bahira e soprattutto bruciare i papiri studiati dal santo, il libro sacro in cui si annuncia la venuta di un profeta tra gli arabi e che, seguendo un itinerario avventuroso attraverso i secoli e passando tra le mani di sovrani e condottieri, conferma quel legame di solidarietà profonda che si vorrebbe negare. Tutto questo mentre la Chiesa ortodossa persegue l'obiettivo contrario e tramite i propri emissari - il pope Pavel e la fascinosa doña Sabela, un'agente dei Servizi segreti russi - intende procedere alla santificazione di Bahira.Un thriller teologico, un sabba irriverente, scatenato, esilarante, questo romanzo di Buttafuoco. Avanti e indietro nello spazio e nel tempo, tra i grattacieli di New York e le capanne di santi eremiti strette d'assedio dai diavoli, tra le chiacchiere di alti prelati su terrazze di sciccosissimi ristoranti romani e il tintinnio di sacchetti pieni di anime dannate che i demoni agitano tra le dita come nacchere, una scorribanda "indiavolata" tra imam e asceti, cardinali e califfi, tentatori e tentati. Ma su tutto, sulla ridda grottesca di santi, umani e diavoli, sullo scandalo di Cristo e di Maometto come due raggi della stessa luce, emerge in queste pagine la commossa certezza che i libri allargano i confini e che la conoscenza e la comprensione uniscono i popoli almeno quanto l'ignoranza li divide e li avvelena.

sabato 2 agosto 2008

Gli anni Settanta di chi stava con Will Coyote


Di Giovanni Tarantino


Il primo a squarciare il velo nell’ambito dell’immaginario è stato a suo tempo Daniele Luchetti quando, parlando del suo film Mio fratello è figlio unico, ammetteva la necessità di raccontare le tre grandi chiese italiane del Novecento: i cattolici, i comunisti ma, anche, i fascisti. «La forza popolare del Msi - sottolineava il cineasta - non è stata ancora mai raccontata. Dal 1963 al 1974, nella stagione in cui i giovani diventarono una categoria fondamentale, il mio personaggio ha spiegato agli spettatori che i fascisti non sono stati soltanto dei torbidi picchiatori».Sulla stessa linea la successiva ammissione, qualche anno dopo, di un’altra cineasta, regista e attrice, Francesca D’Aloja, che in una lunga intervista a Io donna, intitolata “Parioli e maritozzi, la mia Roma anni Settanta”, ammetteva: «Nei Settanta sono nate molte cose, io le respiravo attraverso i miei fratelli, uno di destra e uno di sinistra. La destra mi affascinava di più: il senso eroico della vita, valori classici come l’amicizia e l’onore. Mi colpisce molto che dopo trent’anni sono ancora lì a ricordare i loro morti, da Mantakas in avanti. Poi sono arrivati gli Ottanta e i Novanta e lì mi sono tappata il naso…».Ecco, adesso arriva in libreria un libro che quello stesso universo ce lo racconta con la forza di una vera e profonda “presa diretta”. E’ il primo romanzo di Vincenzo Cerracchio, si intitola Due soli, ed è stato pubblicato dalla casa editrice “Il filo” (pp. 193, euro 12). Cerracchio, giornalista de Il Messaggero, si diletta in un gradevole racconto, ad ampi margini autobiografico, in cui si narra dell’adolescenza di un giovane degli anni ’70 che si chiama Marco, vissuta tra gli amori, oltre che per le ragazze che incontra per la Lazio, squadra del cuore che non viene mai abbandonata nemmeno in improbabili trasferte perchè, del resto, «si tifa per Joe Condor o per Willy Coyote contro Beep beep un po’ come si fa per la Lazio. Prima o poi la sfiga passerà». Indole ribelle e anticonformista innanzitutto.Un’adolescenza che si muove tra le ansie dei liceali e l’attesa degli esami di maturità, tra la militanza politica (a destra) e a cui fanno da sfondo canzoni e letture simbolo di quegli anni. Non a caso già dalla prima pagina si leggono due passi dedicati alla gioventù. «Da ragazzo ho giurato a me stesso di restar fedele alla mia giovinezza: un giorno ho cercato di mantenere la parola» di Pierre Drieu La Rochelle e «…senza perdere la tenerezza» di Ernesto “Che” Guevara. Letture forti e impegnate negli anni ’70, e proprio su Guevara, Cerracchio fa esprimere al suo protagonista una tesi davvero suggestiva: «Che Guevara ha avuto sempre il suo fascino su di me, la sua struttura eroico-solitaria, quell’aria da santo laico che avrei voluto approfondire». Sembra uscire fuori direttamente da Una passione per Che Guevara, del francese Jean Cau…E’ uno spaccato, insomma, di quell’Italia cresciuta giocando con le figurine, e che innocentemente scopriva «con una certa diffidenza i dettagli che distinguevano l’Inter dall’Atalanta o il Milan dal Foggia. Quanti bambini bergamaschi saranno finiti interisti per errore? »-come si chiedeva legittimamente il protagonista da bambino ironizzando sulle similitudini cromatiche tra diverse squadre- o che non trovava nella cartina geografica città come “Atalanta” e “Sampdoria”, e che invece crescendo si ritrova a dovere assistere a tragedie come il rogo di Primavalle, che vengono menzionate nel libro di Cerracchio, e soprattutto, a viverle “da destra”.D’altronde il profilo designato da Cerracchio prospetta in Marco un tipo di giovane nel quale si potranno identificare in molti: « Non mi ero iscritto, no a niente. Niente partiti, niente movimenti. Entravo a scuola, sfondando i picchetti, quando c’erano gli scioperi di sinistra, partecipavo alle manifestazioni per Trieste e contro Tito. Ma senza lasciarmi inquadrare. Leggevo poco. Mishima, La Rochelle, Celine: romanzi più che saggi. Roba definita di destra ma niente di strettamente ideologico. Scalare Julius Evola, arrivare a metà de Gli uomini e le rovine era già stata un’impresa. Poi avevo rinunciato». E prosegue: «Laziale e di destra. Per il mondo che ti guarda e ti giudica non è proprio il massimo della vita. Per me lo era. Perché uno se le porta dentro le scelte controcorrente».C’è anche Lucio Battisti in quegli anni in mezzo a ricordi propri e a quelli degli amici dell'epoca: ci sono amori che vanno e vengono, gli esami di maturità, gli scontri di strada, gli slanci sociali, le canzoni, i caroselli. Ci sono i giovani che strimpellano De Gregori e la sua Alice appena uscita sui gradoni di Piazza Santa Maria in Trastevere: « “Alice guarda i gatti e i gatti guardano Alice” stonava Bruno. Molto De Andrè. La guerra di Piero: “Mille papaveri rossi”. Rossi. Battisti no. Battisti era di destra. “Planando sopra boschi di braccia tese…” ce l’eravamo scelta prima noi. Come Tolkien. Battisti parlava d’amore e loro erano tutti presi dalla rivoluzione».Se dubbi ha lasciato l’appartenenza alla destra di Battisti, non ci sono perplessità sul suo tifo calcistico per la Lazio, altro punto cruciale di Due soli: è infatti presente nel libro la Lazio del ’73, quella di Chinaglia, Wilson, Re Cecconi e dell’allenatore Tommaso Maestrelli, che sfiora lo scudetto appena un anno dopo essere ritornata in serie A e che lo vincerà esattamente un anno dopo, al termine della stagione ’73-’74. Uno dei periodi più belli nella vita di Marco, protagonista-tifoso, in cui i successi degli aquilotti si alternano alle vicissitudini della sua relazione con Betta, la sua fidanzata, e che fornisce punti di riferimento precisi comprensibili solo da chi è tifoso, anche se di altre squadre.Nell’insieme il libro di Cerracchio fornisce l’idea di un’inversione di tendenza nel panorama della nuova narrativa italiana. Il fatto che da qualche tempo i romanzi sugli anni ’70 diano spazio e voce anche a protagonisti che stavano a destra testimonia una ritrovata maturità e un progressivo allontanamento dagli stereotipi. E’ già accaduto inzialmente con il libro di Giuseppe Culicchia Il Paese delle meraviglie e Il Fasciocomunista di Antonio Pennacchi, che hanno alimentato un fermento che passa attraverso Camerata addio di Pierluigi Felli, I rossi e i neri di Miro Renzaglia, Anni di porfido di Ferdinando Menconi, Io non scordo di Gabriele Marconi, Baci e bastonate di Augusto Grandi, Mamma stanotte non torno di Bibi Bianca, Quello che veramente ami di Riccardo Arena, e che si conclude appunto con questo recentissimo Due soli. Tutto ciò sta portando negli ultimi anni alla ribalta diverse riflessioni non conformiste su quel periodo.Merito di Cerracchio è quello di aver saputo cogliere lo spirito profondo di chi in quegli anni stava “a destra” e che magari, come Marco, amava leggere Il gabbiano Jonathan Livingston. Viene sottolineato il passaggio da un’epoca di spensieratezza e leggerezza adolescenziale, quando bastava un pallone di cuoio e un mazzo di figurine per toccare il cielo, a quella dell’impegno politico, degli scontri di piazza e, ahinoi, anche delle prime tragedie terroristiche.Ma sempre restando fedele alla propria giovinezza. Come del resto suggeriva anche Drieu La Rochelle.



Giovanni Tarantino è nato a Palermo il 23 giugno 1983. Collaboratore del Secolo d’Italia, si è laureato in Scienze storiche con una tesi dal titolo Movimentisti. Da Giovane Europa alla Nuova destra

venerdì 1 agosto 2008

Fascisteria


Ugo Maria Tassinari


2008
pp. 736

€ 14,00

Da Julius Evola alla beffa neofuturista della Fontana di Trevi: la mappa definitiva della destra radicale e dell'eversione nera in un atlante umano che traccia sessant'anni di idee, battaglie, crimini e misteri.


Dai reduci di Salò in cerca di una nuova trincea, ai neonazisti candidati alle elezioni locali, dai terroristi ragazzini che si bruciano in pochi mesi, agli "ambigui arnesi" da servizio segreto, dai cattolici integralisti ai neopagani che celebrano il solstizio d'inverno, passando per i "gladiatori" e i sostenitori dell'Islam e della causa irachena: la seconda edizione aggiornata, ampliata e arricchita di un libro che è stato definito, all'epoca della sua prima uscita, "la più completa enciclopedia sulla destra radicale". Un saggio storico rigorosamente documentato dove la storia incontra l'attualità, ma anche un leggibilissimo romanzo criminale scritto con il piglio del cronista di nera.

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