venerdì 28 novembre 2008

POVERI COMUNISTI: OGGI SCOPRONO CHE GRAMSCI RICEVETTE SACRAMENTI IN PUNTO DI MORTE



POVERI COMUNISTI: IERI FUORI DAL PARLAMENTO, OGGI SCOPRONO CHE GRAMSCI RICEVETTE SACRAMENTI IN PUNTO DI MORTE – “VOLLE BACIARE l’IMMAGINE DI GESù BAMBINO” – VACCA: “NESSUNA EVIDENZA DA DOCUMENTI”…
1 - CHIESA: MONS. DE MAGISTRIS, GRAMSCI RICEVETTE SACRAMENTI IN PUNTO DI MORTE...
(Adnkronos) - Il fondatore del Partito comunista italiano, Antonio Gramsci, ricevette i sacramenti prima di morire, nel 1937. A dirlo e' stato mons. Luigi De Magistris, pro-penitenziere maggiore emerito, nel corso della presentazione del primo Catalogo internazionale dei santini ospitata nella Sala Marconi della Radio Vaticana.

'Il mio conterraneo Gramsci - ha detto mons. De Magistris - aveva nella sua stanza l'immagine di Santa Teresa del Bambino Gesu'. Durante la sua ultima malattia, le suore della clinica dove era ricoverato portavano ai malati l'immagine di Gesu' Bambino da baciare. Non la portarono a Gramsci. Lui disse: 'Perche' non me l'avete portato?' Gli portarono allora l'immagine di Gesu' Bambino e Gramsci la bacio'. Gramsci e' morto con i Sacramenti, e' tornato alla fede della sua infanzia. La misericordia di Dio santamente ci 'perseguita'. Il Signore non si rassegna a perderci'.
2 - GRAMSCI: VACCA, DA FONTI D'ARCHIVIO NON RISULTA CONVERSIONE...(ANSA) - 'I documenti editi e inediti sulle ultime ore e sulla morte di Antonio Gramsci sono tanti e da nessuno di questi emerge la tesi della sua conversione: ovviamente non sarebbe uno scandalo, ne' cambierebbe alcun che'. Dico solo, semplicemente, che si tratta di un fatto che non trova alcun riscontro documentato'. Beppe Vacca, filosofo, ex parlamentare comunista e presidente della Fondazione Istituto Gramsci, commenta cosi' la tesi sostenuta da mons. Luigi De Magistris, propenitenziere emerito del Vaticano e conterraneo di Gramsci, secondo cui il fondatore del Pci, in punto di morte trovo' la fede e ricevette i sacramenti cristiani.

'Ci sono alcune lettere di Tania a Sraffa che descrivono dettagliatamente gli ultimi giorni di malattia e la morte di Gramsci in cui non troviamo nulla al riguardo. Non ne parla nemmeno una del fratello Carlo a Togliatti, in cui si legge della volonta' di Gramsci di essere cremato. Cosa che inizialmente trovo' qualche ostacolo perche' non era credente e perche' il regime fascista temeva manifestazioni di piazza, essendo la vigilia del primo maggio. Documenti di polizia non fanno alcun cenno di un suo avvicinamento alla fede, in piu' - prosegue Vacca - ci sono alcune lettere, ancora inedite perche' raccolte da poco tempo, in cui Tatiana scrive con grande regolarita' ai familiari sugli ultimi giorni di Gramsci. Si tratta di confidenze strettamente familiari in cui sarebbe emersa una notizia di tale portata'.
Vacca, ad ogni modo, evita con cura di aprire alcun fronte polemico con il monsignore: 'Non conosco De Magistris. Ricordo solo che non e' la prima volta che ne sento parlare. Gia' in passato, 30 o 40 anni dopo la morte di Gramsci, un'anziana suora riferi' di una sua conversione. Ripeto, non vi troverei nulla di scandaloso. Dico solo che dalle fonti d'archivio, dai tanti documenti a disposizione degli studiosi e da alcune lettere ancora inedite, tutto cio' non trova alcun riscontro'.

domenica 9 novembre 2008

VI SVELIAMO CHI E QUALI INTERESSI ‘RAPPRESENTA’ DAVVERO BARACK HUSSEIN OBAMA






Da Dagospia.com





VI SVELIAMO CHI E QUALI INTERESSI ‘RAPPRESENTA’ DAVVERO BARACK HUSSEIN OBAMA - CHI HA SCUCITO 700 MLN $ PER ELEGGERLO - ISRAELE SEGÒ HILLARY - CHI È RAHM EMANUEL - (DEDICATO ALLE ANIME BELLE CHE SPARANO ROMANTICHE CAZZATE SUL NUOVO ‘MESSIA NERO’)




1 - CHI E QUALI INTERESSI ‘RAPPRESENTA' - DAVVERO - IL 47ESIMO PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI



Oggi è domenica, il giorno del Signore, e Dagospia è buono e vuol salvare le anime belle in servizio permanente effettivo dello Stivale - tanto per non fare i nomi, da Veltroni a tutta la stampa bipartisan dei Barack-ati - svelando non la solita pippa tenere e romantica di chi è Barack Hussein Obama bensì la cosa più importante per noi sudditi dell'Impero: chi e quali interessi ‘rappresenta' - davvero - il 44esimo presidente degli Stati Uniti.

1 - OBAMA RICOPERTO D'ORO



Obama è in assoluto il personaggio della politica americana che ha raccolto il maggior numero di finanziamenti per la sua campagna elettorale: oltre 700 milioni di dollari. Una sommetta, ai prezzi attuali e dissestati della Borsa, che permetterebbe di acquisire 4/5 aziende medio-grandi d'Italia. Non basta: a parità di potere di acquisto, 700 milioni $ più spiccioli sono praticamente il doppio della cifra che raccolse John F. Kennedy negli anni Sessanta, che fu considerata il record dei record. Mica è finita: quale candidato si è mai permesso di pagarsi il lusso di 30-minuti-30 di spot elettorale sui tre maggiori network americani nell'orario di maggior ascolto? Bianco o nero, nessuno.




2 - IL FATTORE ISRAELE CHE SEGÒ HILLARY E L'ARRIVO DI EMANUEL



Ora è lampante e lampeggiante l'appoggio massiccio dei poteri forti della finanza Usa. In particolare della grande finanza ebraica di New York, che è quella che ha davvero segato le ambizioni da "Lei non sa chi sono io!" della signora Hillary Clinton, rea di essere troppo indipendente dagli interessi di Israele.
Tant'è che la prima scelta del neo eletto Obama è stato Rahm Emanuel, un capo di gabinetto non solo ebreo ma ebreo-militante, figlio di un membro della causa Laganà, il gruppo terroristico degli ultrà comandati da Begin, autore dell'attentato all'Hotel King David di Gerusalemme in cui morirono una cinquantina di moglie e figli degli ufficiali britannici di stanza in Palestina. Un ‘simpatico' messaggio per dire a Londra: dovete lasciare la nostra terra.
A proposito di Emanuel. È un tipino fino - ha svelato ieri l'Abc news - che era nel consiglio di amministrazione della Freddie Mac, il famigerato istituto di mutui, un'impresa privata con supporto governativo, coinvolto in uno scandalo per aver falsificato i rendimenti ingannando gli investitori tra il 2000 e il 2002, quindi salvata e commissariata da Bush.




3 - IL ‘MAVERICK" DI MCCAIN, L'INESPERTO OBAMA



Basta fare un giro per i palazzi che contano di Washington per percepire la grande soddisfazione del trionfo di Obama. John McCain era ed è considerato un "maverick", un tipo "bizzarro" ed anche pericoloso perché veramente indipendente. L'inesperto Obama è invece la ciliegina sulla torta per chi controlla/gestisce le scelte internazionali dell'unica e sola superpotenza - la Cina, se mai raggiungerà il livello Usa, lo sarà fra un secolo, mentre la Russia è ridotta a una cricca di affaristi con tendenza al ricatto per ottenere qualche rublo in più dalla vendita di gas e petrolio.




4 - SOTTO LA SPINA DORSALE DEI POTERI FORTI



Ma chi rappresenta il vero establishment ("the backbones", "la spina dorsale" del Paese, come dicono gli analisti americani)? La finanza e le banche, alcuni settori dell'industria dell'energia e delle nuove tecnologie (tutti settori vicini al potentissimo, con tanto di grembiulino, John D. Podesta), un pezzo della Cia e soprattutto gli ambienti intorno all'Fbi che sono i veri sacerdoti degli interessi Usa.

Ebbene, questo brillante ‘formazione' vede in Obama una grande opportunità per conquistare all'Impero aree di influenza dello scacchiere mondiale che la disastrosa presidenza di Bush aveva seriamente compromesso. In primis, i mercati emergenti dell'Africa, dell'Asia e di gran parte dell'Europa occidentale.

5 - BARACK E BURATTINI (E BURATTINAI)



Insomma, care anime belle d'Italia, l'"alba del nuovo giorno", il "dream re-loaded di Martin Luther King", il ‘Messia che scende in terra per portare pace e amore agli uomini di buona volontà' (vedi subito le dichiarazioni scodellate un'ora dopo il voto contro l'Iran per l'eventuale costruzione della bomba atomica), il "cambiamento", se ci sarà, sarà solo di facciata: questi comandano e continueranno a comandare anche se faranno un po' più di ammuina verso quel baraccone inutile dell'Onu. Quello che è certo è che la politica internazionale americana sarà notevolmente rafforzata. Le differenze con gli anni di Bush ci saranno soprattutto in politica interna.

martedì 4 novembre 2008

Così la celtica arrivò in Italia negli anni '60



di Luigi G. de Anna per il Secolo d'Italia




Qualche sera fa, alla trasmissione Porta a porta, è stata riportata la notizia di un progettato attentato alla vita di Barack Obama da parte di due neonazisti statunitensi. Trattandosi di un flash dell’ultima ora Bruno Vespa è dovuto ricorrere a immagini di repertorio, e tra queste sono stati mostrati dei tatuaggi raffiguranti croci celtiche, certamente non appartenenti ai due supposti attentatori, visto che di loro non si sapeva ancora nulla. La scelta della croce celtica come simbolo del più bieco e pericoloso neonazismo mi ha colpito e, lo confesso, infastidito molto. Io, d’altronde, per alcuni anni ho portato al collo la croce celtica. All’epoca non volevo certo imitare il sindaco Alemanno, visto che l’avevo acquistata a Hälsingborg nel lontano 1967 in occasione del mio primo viaggio in Svezia. Non la porto più, ma per il semplice fatto che l’ho perduta da tempo, lo dico a scanso di, improbabili, interviste televisive. A quella croce ero affezionato. E non solo in conseguenza di quel tipo di legame, quasi di fedeltà totemica, che a volte ci lega agli oggetti, ma perché aveva rappresentato, come simbolo, una parte importante della mia gioventù e del mio immaginario generazionale, legati per buona parte alla militanza in Giovane Europa, l’organizzazione giovanile fondata dal belga Jean Thiriart, introdotta in Italia nel 1963. Ad essa, qualche anno più tardi, tra i tanti, aderì a Firenze un gruppo di giovani, provenienti dal Msi. Quel partito oramai ci stava stretto, eravamo una generazione che cominciava a guardare a più ampie prospettive, quelle europee, e a più ampie intese politiche, che andavano, sempre in politica estera, ma poi il discorso si allargò a quella interna, al di là dei vecchi schieramenti da guerra fredda.
Non intendo ora ripercorrere la storia di questo movimento, su cui non molto è stato scritto, ma sul quale presto dovrebbe uscire una monografia ben documentata curata da Giovanni Tarantino, un giovane studioso e giornalista palermitano. Volevo solo ricor dare come e perché introducemmo la croce celtica in Italia. È infatti generalmente accettato che questo simbolo sia stato introdotto nella semantica politica proprio da Giovane Europa. Lo scopo era semplice e per noi militanti evidente: allontanarsi dalla lugubre e bellicosa simbologia neofascista e neonazista. Giovane Europa infatti, pur nascendo dalla costola di un movimento della destra radicale, Giovane Nazione, si proponeva come sintesi di nuove prospettive politiche in un’Europa che avvertiva l’indebolimento delle logiche della guerra fredda, permettendo nuove intese e nuove alleanze, che, in nome di una Europa nazione, avrebbero potuto far uscire la destra, e, si sperava, anche la sinistra, dalla logica dei blocchi contrapposti e della reciproca demonizzazione. Ma per fare questo, era necessario liberarsi di una eredità neofascista che nel Msi era ancora viva e operante, come da quella neonazista, eredità che avevano contraddistinto in Europa altri movimenti nati dalle costole di esperienze politico-ideologiche che affondavano le proprie radici negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale. L’abbandono – e il superamento – dei toni radicali di estrema destra doveva quindi passare anche per l’adozione di un simbolo che fosse nuovo nel vasto repertorio dell’iconografia politica della destra, già ricca di croci di vario tipo e di versioni più o meno fantasiose di “signa” che rimandavano a eredità iperboree, indoeuropee o simili. La croce celtica, a dire il vero, esisteva già da secoli se non da millenni; simbolo tradizionale che riproduceva l’eterno ritorno del sole, era stato ereditato dal cristianesimo irlandese che decorerà chiese e cimiteri con la croce iscritta nel cerchio.
Come ha fatto giustamente notare Gianni Alemanno nella sua difesa della propria croce celtica, il rimando al cristianesimo, prima ancora che al paganesimo dal quale essa indubbiamente proveniva, era evidente e per noi direi davvero condizionante. Voglio dire di “noi” giovani europei fiorentini, cresciuti culturalmente in quel cenacolo di giovani e meno giovani che si riuniva intorno ad Attilio Mordini, morto prematuramente nel 1966. Mordini, che aveva combattuto durante gli ultimi anni della seconda guerra mondiale, era uno dei maggiori esponenti del cattolicesimo tradizionalista italiano. E il nostro gruppo di amici, mi permetto di citare Franco Cardini, Marco Barsacchi, Amerino Griffini, Francesco Ruocco, Guglielmo Fran cois, Alfio Krancic, Franco Petrone, Luca Bressan, cui si aggiungeranno più tardi altri provenienti dall’esperienza di Ordine Nuovo, come Massimo Marletta, era dunque cresciuto a diretto contatto con Mordini (foto a destra) o comunque ne aveva subito la lezione intellettuale. Ecco come il cattolicesimo era rimasto condizionante, almeno nel nostro gruppo fiorentino (in altre parti d’Italia Giovane Europa seguì differenti itinerari di filiazione politico-culturale), ed ecco come la croce celtica diventò per noi il simbolo perfetto del nuovo europeismo. Come mi ha recentemente ricordato Amerino Griffini, in occasione del primo incontro a Firenze tra Mordini e Jean Thiriart, il fiorentino chiese al belga il perché della scelta di quel simbolo per il nuovo movimento transnazionale. E Thiriart, e non era una semplice boutade, disse che era facile da tracciare sui muri. Mordini replicò che in fin dei conti non era importante essere coscienti dell’uso dei simboli... In effetti questa commistione tra due diverse tradizioni appare chiara, come mi ha ricordato Claudio Mutti, da una didascalia di una foto apparsa sul numero unico di Europa Combattente del giugno 1963, dove si legge che la croce celtica era stata eretta da monaci irlandesi in Germania nell’850 e che era un antico simbolo solare «comune a tutti i popoli europei che significa il rinnovellarsi della vita, per questa ragione è stata adottata come insegna dei gruppi che si battono per il rinnovamento europeo, diventando così la croce d’Europa».
Da una parte ci si richiamava dunque a una tradizione simbolica che comunque restava la matrice di un pensiero autenticamente di destra, penso all’importante magistero di Adriano Romualdi (nella foto a sinistra), e non a caso molti di noi avevano aderito alla corrente romualdiana del Msi, e dall’altra ne indicava la confluenza nel filone del cattolicesimo tradizionalista. È comunque vero che la croce celtica ci colpì per la sua novità nel mondo appunto alquanto ripetitivo del simbolismo di estrema destra. Come molti sanno, storicamente fu Franl’Oas (l’organizzazione dell’armata segreta dei pieds noirs, poi passata in Francia) a far diffondere il nuovo simbolo. Non conosco i motivi, certamente un po’ casuali come succede in questi casi, della scelta da parte dei pieds noirs, ma non dovettero essere lontani dai nostri, infatti, sembrerà banale dirlo, la croce celtica si diffuse per la semplicità con cui poteva essere tracciata sui muri. Mi permetto un ricordo personale, e spero che il “reato” sia caduto in prescrizione. Agli albori della Giovane Europa fiorentina facevamo ciò che era ovvio fare nel campo della propaganda politica, che comprendeva, allora come ora, la scritta murale. In qualche modo precorremmo i writers. Inventavamo slogan e poi andavamo a dipingerli sui muri delle scuole. Una notte decidemmo, con Franco Cardini, mi perdoni se lo coinvolgo, di andare a scrivere sul muro del liceo Michelangelo, notoriamente di sinistra, la scritta: «Senza Mosca e senza Washington». Un po’ lunghetto, ma con un po’di celerità ce la saremmo cavata prima di essere visti. Scendemmo dalla macchina e cominciammo. Fino a Mosca andò tutto liscio. I problemi cominciarono col nome della capitale statunitense. Come diavolo si scriveva? Iniziò una vivace discussione, che venne interrotta dall’arrivo di un metronotte. Quella scritta, rimasta incompiuta, sarà un segno enigmatico del pre-sessantotto.
Quando però introducemmo la croce celtica, i nostri problemi di spelling erano finalmente risolti, bastava quel cerchio e quella croce per qualificarci. La firma, il logo del nuovo movimento, diventò nota non solo a Firenze. Ma torniamo ai primordi della croce celtica, che compare quindi nella storia della lotta politica in Algeria. Secondo l’Histoire de l’organisation de l’armée secrète di Morland, Barangé, Martinez (Julliard, Paris 1964) la croce celtica ha infatti la sua culla ad Algeri. Il 9 febbraio, in occasione della visita del primo ministro Michel Debré, ci fu una manifestazione di protesta, organizzata dal Parti Nationaliste e da altri gruppi algerini di destra. I dimostranti innalzavano come simbolo la croce celtica. Franco Cardini mi fa notare come questa croce celtica possa essere in diretta connessione con la “francisca” stilizzata del Ppf di Jacques Doriot. La celtica dunque diventerà parte integrante della simbologia nelle manifestazioni in Algeria. Passerà poi anche al movimento di resistenza armata. Nell’Oas, o vicino ad essa, militavano elementi che provenivano dal movimento Jeune Nation, dissolto in Algeria il 15 maggio del 1958 e ricostituito il 6 febbraio successivo sotto il nome di Parti Nationaliste. Questo in Italia assumerà il nome di Giovane Nazione, ereditandone il simbolo e da essa nascerà Giovane Europa. È però vero, come mi fa notare Amerino Griffini, fondamentale fonte di documentazione sui movimenti radicali a partire dagli anni Sessanta, che prima che da Giovane Nazione, la celtica era stata adottata in Italia dalle Fng (Formazioni Nazionali Giovanili), anche l’uso non aveva ancora conosciuto una diffusione di massa. Una cosa è però certa: nulla di più lontano dalla celtica di allora era il rimando a un anche solo velato antisemitismo. Certo, mi ha ricordato Franco Cardini, non si può negare un legame sentimentale con fascismo letterario francese, ma si tratta di quello cui aderì Pierre Drieu la Rochelle, molto vicino all’estrema sinistra. Del resto, continua Cardini nella lettera che mi ha scritto qualche giorno fa, «i colori della croce celtica di Giovane Europa erano quelli che dall’Ottocento sono i colori della rivoluzione e della libertà: il rosso e il nero. Questo per noialtri vecchi nazionaleuropeisti. Gli abusi dei teppisti degli stadi non sono storia nostra e non ci riguardano».
Cardini ha profondamente ragione. Il deteriorare dei simboli, non in quanto tali, ma come espressione di una ideologia, è purtroppo un fatto contemporaneo. Deterioramento aiutato dall’ignoranza che regna in materia. In un articolo del 1992, apparso sul Corriere della Sera, intitolato «Nazifascisti in piazza Venezia», la croce celtica tocca il fondo della sua parabola. L’articolista descrive il corteo dei naziskin che portano «un bracciale con la runa celtica (la svastica dei neonazisti)». Triste fine della “nostra” croce generazionale, degradata a una inesistente “runa” celtica portata da fanatici naziskin. Habent sua fata signa.




Luigi G. de Anna (3.8.1946), giornalista e scrittore, si è laureato in Lettere nel 1973 (Università di Firenze). Nel 1988 ha presentato la sua tesi di dottorato: "Conoscenza e immagine della Finlandia e del Settentrione nella cultura classico-medievale". Dal 1997 è professore di Lingua e cultura italiane presso l'Università di Turku, in Finlandia. Gran parte del suo lavoro di ricerca è incentrato sulle relazioni culturali tra Italia e Finlandia. A Turku, De Anna è stato fra i fondatori della Società di Lingua e cultura italiane che pubblica la rivista 'Settentrione'.

martedì 14 ottobre 2008

COMPAGNO CAMERATA – PAROLA DI GUIDO PAGLIA (OGGI AL VERTICE RAI): “NERI E ROSSI, STAVAMO DALLA STESSA PARTE. SI CONTESTAVA LA SCUOLA AUTORITARIA.




Luciano Gulli per "Il Giornale"



«A un certo punto si gira uno smilzo - era Roberto Gaita, uno di sinistra, poi giornalista al Messaggero - e fa: "Compagni! Attacchiamo!". "Compagni? Ahò, ma che compagni! Qua siamo tutti camerati!" gli rispondono tre o quattro che gli stavano intorno».
Guido Paglia, uno di «quelli della foto», se la ricorda bene, quella giornata. Roma, Valle Giulia, primo marzo 1968, facoltà di Architettura. Va in scena la madre di tutte le battaglie fra studenti e poliziotti in Italia. Roba di sinistra? Mah, si e no. Cioè: più no che si. Anzi, decisamente no, stando alla foto che il Giornale ha pubblicato ieri, a corredo della presentazione di Il sangue e la celtica, libro di Nicola Rao sullo stragismo nero.
Paglia, all'epoca ventunenne, è lì, giù dalla scalinata di Valle Giulia, il petto in fuori, all'attacco come sempre. Questione di carattere. Camerata di ferro, uomo d'ordine (un tempo, si ricorderà, questi erano insulti sanguinosi che al portatore dell'ingiuria potevano costare, e spesso sono costati, qualche sprangata sul cranio e qualche revolverata) Guido Paglia è un giornalista di lungo corso. Vicedirettore e capo della redazione romana di questo giornale, l'ex «fascista» è da sei anni direttore della Comunicazione e delle Relazioni esterne della Rai. Da New York, dov'è per la quarta edizione della Settimana della Fiction, quei fatti di quarant'anni fa gli devono sembrare lontanissimi. Ma è solo un momento. Il film della memoria - roba vera, altro che fiction - è pronto a scorrere. Si abbassino le luci in sala.
«È vero. La contiguità fra destra e sinistra c'è stata. E quella foto che avete pubblicato lo dimostra benissimo. Perché il Sessantotto, non è inutile ricordarlo ogni tanto, era nato come protesta corale di tutto il mondo studentesco nei confronti di una scuola e di un'università vecchia, asfittica, dominata dai baroni. Ma quella contiguità durò lo spazio di un mattino».
Una protesta contro il principio di autorità, dunque. Però suona bizzarro. La destra contro l'autorità...«Contro l'autoritarismo, direi piuttosto, che è la degenerazione del principio di autorità. Ecco, quello è l'obiettivo che in una prima fase ci ritrova tutti uniti, destra e sinistra. Prima che la sinistra si spinga sulla strada della contestazione globale: dall'università, alla famiglia, alla società. In quei giorni noi occupavamo le facoltà tradizionalmente di destra: Giurisprudenza, Scienze politiche, Economia e Commercio, Ingegneria, Farmacia...».
I rossi stavano invece a Lettere e Filosofia, a Chimica e Fisica, a Matematica... Quando finisce l'entente cordiale con la sinistra?«Quindici giorni dopo. Incombono le elezioni politiche, e il Movimento sociale non può tollerare che i suoi giovani occupino le università. Cercano di coinvolgerci, ma quando vedono che non c'è niente da fare mobilitano quelli che all'epoca si chiamavano Volontari Nazionali: operai, essenzialmente, la base missina popolare. Arrivano in qualche centinaio, capeggiati da Giulio Caradonna, e vanno allo scontro con quelli di Lettere».
E si trovano di fronte, fra gli altri, i «pacciardiani» di Primula Goliardica. Fra loro ci sono Lamberto Rock, Ezio Maria Dantini, Franco Papitto, che da grande diventerà corrispondente di Repubblica da Bruxelles...«Esatto. I missini, respinti, si chiusero a Giurisprudenza. È lì che Giorgio Almirante venne circondato da quattro, cinque persone e menato di brutto. Be', mi buttai io, nella mischia, per salvarlo. E chi c'era con me? Un "cinese", come chiamavamo allora i comunisti. Si chiamava Alfredo Cesarini. Ma prima di essere un "cinese" era amico mio».
La destra extraparlamentare nasce in quei giorni, dal ripudio del Msi di quanti non avevano obbedito agli ordini schierandosi contro il comune nemico. Il partito di Almirante non poteva accettare che si fraternizzasse con la sinistra.«Fu il grande errore strategico del Msi. Loro incarnavano il partito d'ordine, la quintessenza del perbenismo, l'anima reazionaria anticomunista. Noi giovani eravamo i romantici movimentisti, rivoluzionari. La Repubblica Sociale era il nostro punto di riferimento. Fu un errore, quello del Movimento sociale, che il Pci, attento a gestire i rapporti con le frange giovanili che gli erano ideologicamente omogenee, si guardò bene dal commettere».
Poi il feeling dei primi giorni, con i «compagni», si spezzò.«E noi di destra, in blocco, diventammo per sempre sporchi, brutti e cattivi».
Per anni, ogni volta che si è scritto e parlato di Sessantotto, di proteste studentesche, si è sempre parlato della sinistra. La sinistra ha fatto, la sinistra ha detto...«Noi non avevamo diritto di cittadinanza. È come se non fossimo neppure esistiti».
Terrorismo di destra e terrorismo di sinistra. Le Brigate Rosse, Prima Linea avevano almeno la prospettiva, allucinata, di mobilitare le masse operaie. Ma i Nar, gli spostati di Ordine nuovo?«Quello di destra fu un modo di reagire alla repressione delle forze di polizia e della magistratura. Ma anche una reazione alla caccia aperta contro "il fascista". Finì per essere un modo di attorcigliarsi su se stessi».
Anche la sinistra, ultimamente, si è convinta che con la strage di Bologna i "fascisti" non c'entrano. Se fosse così anche per le altre?«Mah, che ci sia la responsabilità di alcune frange, spinte all'esasperazione, a me pare possibile. Resta il fatto che di nessuna strage, sotto il profilo giudiziario, si può dire: ecco, sono stati loro».
Tu hai mai corso il pericolo di finire in una banda armata di estrema destra?«Sì. Mi chiamarono in causa per la strage di piazza Fontana. Dovevo essere io il Guido, giornalista di destra, di cui parlava Ventura. Se non avessi resistito alla tentazione di scappare, sì, sarei passato dall'altra parte, per combattere l'ingiustizia che stavo subendo. Trovai invece un magistrato perbene, onesto. Era un uomo di sinistra. Si chiama Gerardo D'Ambrosio».

IO MAFIO, TU MUORI – DIMMI COME PARLI E TI DIRÒ COME SPARI - BUTTAFUOCO COMMENTA IL LIBRO DI BOLZONI SUL LINGUAGGIO MAFIOSO



Pietrangelo Buttafuoco per "Il Foglio"


"Ecco, lo dico: il danno". In principio era il Verbo, alla fine ci sarà la Rivelazione ma in mezzo - nel frattempo - c'è la Mafia con le sue parole d'onore. Saranno i filologi i poliziotti che metteranno capo al crimine organizzato. E ce ne vorranno di esperti in lingua cinese, russa ed altri ancora, conoscitori dell'idioma giudaico, per persuadersene di mafia cinese, russa ed ebraica perché l'ontologia del sangue criminale è tutta svelata nel linguaggio. Dimmi come parli e si capirà come spari. Si capisce sempre come si spara perché la mafia, infine, di qualunque latitudine sia, già ontologicamente prevede un unico possibile sbaglio: quello di sbagliare a parlare.
In principio era il Verbo, alla fine ci sarà la Rivelazione ma in questo frattempo, di quella siciliana, intesa come Mafia, tutta la scienza occorrente di segni, codici e idiomi è già codificata e un libro degno della Schola Palatina di Carlomagno è, appunto, "Parole d'onore" di Attilio Bolzoni (Bur, euro 12,00). Il sottotitolo è già un ghiotto antipasto: "Le voci di Cosa Nostra. Il gergo dei suoi uomini. Fra riti e tragedie, mezzo secolo di mafia nella parlata dei mafiosi".
"Ecco, lo dico: il danno". Inutile dire che fior di filologo s'è rivelato Bolzoni, giornalista di Repubblica, coautore con Giuseppe D'Avanzo dello strepitoso libro "Il capo dei capi", testo base dell'ancora più magnifico film con Claudio Gioè nei panni di Totò Riina. Un filologo armato di bisturi nella carne viva di un'aberrazione qual è il dominio dell'uomo sull'uomo, questo è Bolzoni. Un filologo mai compiaciuto ma neppure - e non vorremmo urtarne la sensibilità - fanatizzato dalle malie dell'antimafia declamatoria. Tutto, infatti, è catalogo. Mai un sopracciò moralistico, mai un acuto retorico né un climax di quel genere civil-legalitario che spesso - alla fine della fiera - butta molta più gente tra le braccia della mafia di quanti, di mafiosi, ne dovrebbe buttare in galera.
"Ecco, lo dico: il danno". In principio c'è quel verbo, mafiare, e siccome non c'è verso di penetrare il mistero del Male privo di pietà, se non con il lavoro certosino dell'amanuense che scava dentro le parole, questo nuovo saggio di Bolzoni è come un manuale, un libro di scuola a metà tra il dizionario e un codice d'ermeneutica per afferrare il bandolo aggrovigliato del silenzio criminale. A proposito di chirurgia, commozione e filologia, antideclamatorio e perciò efficace nel fare capire che cos'è veramente la Mafia, è il capitolo "Non siamo stati noi".
Un uomo su una Kawasaki chiama un bambino di undici anni, Claudio Domino, quello si avvicina e con un colpo di pistola alla fronte viene ucciso. Sono le ventuno del 7 ottobre 1986. A Palermo nessuno sa intendere il perché di un omicidio così brutale. L'indomani si apre il dibattimento in Corte d'assise del maxiprocesso ai boss mafiosi, Giovanni Bontade chiede la parola al presidente Afonso Giordano: "Signora Presidente", dice il boss, "anche noi abbiamo figli... noi non c'entriamo niente con questo omicidio, non siamo stati noi, è un delitto che ci offende e ci offende ancor di più il tentativo della stampa di attribuirne la responsabilità agli uomini processati in questa aula...".
"Ecco, lo dico: il danno". Riportandoci al centro di questa scena Bolzoni - con gli attrezzi della chirurgia filologica - ci svela il senso di un segno inedito e inaudito: "E' la prima volta che un mafioso siciliano pronuncia quella parola: noi". Come in tutte le cose di Sicilia dove tutto è mistero, allo stesso modo (come sempre), tutto finisce in verità. L'autenticità degli eventi, infatti, avrà la sua rivelazione in un preciso fatto: un rosticciere, Salvatore Graffagnino, sparisce.
Forse quello che manca in Sicilia è la sentenza di Stato, ma le cose autentiche ci sono ed è con i fatti che il rosticciere viene levato di mezzo dalla mafia. E' lui, infatti, il mandante dell'uccisione del bambino. Una storia terribile: era l'amante della madre del bimbo. E il piccolo Claudio, che li aveva visti insieme, viene ammazzato come un vitello: con un colpo in fronte. "Una storia infame" scrive Bolzoni. Una storia che attende ancora il terzo atto. Un anno dopo viene ucciso Giovanni Bontade. Non certo per una faida da ricondurre al rosticciere. Ma per aver fatto quel comunicato al processo. Per aver pronunciato la parola "noi".
"Ecco, lo dico: il danno". Il noi non esiste nella mafia. Il noi è una chiamata di correo. E tutti noi - noi che nella dolente terra di Sicilia ci rinfreschiamo la bocca dell'anima e quella della coscienza ¬- reclamando la redenzione facciamo sempre i conti con l'ironia, anche involontaria. A noi può sempre capitare di parlare con la persona sbagliata, può capitare di baciare male e di parlare al telefono tra mille fraintendimenti di lingua e linguaggio. Con tutti quelli che circolano intorno a "noi", insomma, come possiamo capacitarcene?
E se possiamo portare ad esempio un aneddoto, raccontiamo di Vincenzo Pirrotta, grandissimo interprete di Euripide, l'autore de "La ballata delle balate", attore potentissimo e nativo in quel di Partitico, luogo principe di "noi", adesso alle prese con la sublime poesia di Ibn Hamdis. Pirrotta racconta sempre di quando suo padre lo subissò di legnate a causa di certe frequentazioni del ‘noi': "E meno male", rivela adesso, "altrimenti, altro che Ibn Hamdis, di sicuro nel 41bis sarei".
"Ecco, lo dico: il danno". I "noi" hanno un solo luogo perché i tanti luoghi della pluralità procurano confusione, caos, pazzia e Bolzoni che nel suo procedere da clinico della parola ha avuto il genio di fare esperimenti di filologia dal vivo, con Tanuzzo Riina nientemeno, il fratello del più noto Capo dei Capi, lavorando di fino gli ha strappato una sentenza degna di Ciampa lo scrivano, l'eroe pirandelliano del Berretto a Sonagli. E dunque, tenete a mente la scena. Siamo a Corleone. Bolzoni, bravissimo, incalza Tanuzzo a proposito di Tommaso Buscetta, il pentito attraverso cui Giovanni Falcone con Gianni De Gennaro e la Dia sfasciarono Cosa Nostra.
Tenete a mente la scena dunque, la piazza di Corleone (il paese che ha dato il nome a Don Vito, il Padrino). E tenete a mente il rovinio di domande: e chi è, chi non è e cosa ne pensa vossia di Buscetta? Ebbene, giudichi il lettore se non ci troviamo di fronte ad un Ciampa redivivo. "Buscetta ha viaggiato, è stato in Continente, a Milano e a Torino. E' andato a New York. E poi in Brasile".
"Ecco, lo dico: il danno". Tanuzzo tira la somma sotto a tanta confusione di geografia, inghiotte l'intero mappamondo in un sospiro e sussurra: "Ha visto il mondo e gli è scoppiato il cervello". Un vero colpo di genio. E tanto torto, in coscienza, non gli si può dare a Tanuzzo. Con parole "dell'altro mondo", infatti, fa capire come l'archetipo rurale arriva dove la modernità cosmopolita arranca. Per la descrizione di questo cervello che si spappola tra femmine carioca e gangster di Nuova York, manco ottanta sedute di Terapie & Pallottole potrebbero bastare e invece Tanuzzo c'indovina: potremmo adesso avventurarci nella psichiatria? Atteniamoci alla filologia piuttosto.
"Ecco, lo dico: il danno". Il libro di Bulzoni è naturalmente frutto di un lavoro giornalistico di altissimo livello ma pur trattando di cronaca, sangue e misteriose trame, proprio in virtù del linguaggio, non manca di assolvere a ciò che dai tempi dei Beati Paoli ormai, la Mafia fa: si fa leggere con piacere. I personaggi ci sono tutti, l'intera scala dei sentimenti si squaderna sulla pelle di una storia orba di lieto fine, il male dilaga tra infiniti reticoli di menti raffinatissime e le parole d'onore poi, sono un impasto di fango e ingegno, un'epica geometricamente perfetta. E maligna.
"Ecco, lo dico: il danno". Quel verbo del principiare a mafiare è un magnete irresistibile per il grande pubblico, una manna per la scena internazionale tanto è vero che quel confine tra vero, verosimile e finzione viene scavalcato da Bolzoni mettendo a pari merito, tra i padrini, quello cinematografico di Francis Ford Coppola. Ed è davvero improba cosa in tema di mafiata distinguere tra bugiarderia e verbali d'interrogatorio, tanto è potente questo linguaggio fatto di gesti e motteggi mutangoli, impasti di quella pasta afona che è lo scruscio, il frastuono silenzioso della paura, ovvero: "tutta una puliziata di piedi". Il libro di Balzoni consta di cinque grossi capitoli.
Nell'ordine: La tradizione, la tragedia, lo stato, il silenzio e il futuro. Il volume si accompagna con una citazione di Angelo Nicosia, parlamentare della commissione antimafia 1963-1976: "Le massime aspirazioni del siciliano sono tre: mangiare carne, cavalcare carne, comandare carne" e siccome la citazione non può cadere così, ricordiamo alcuni dettagli: Angelo Nicosia - protagonista della lotta alla mafia - venne pure accoltellato in piena Palermo. Uomo dallo stampo nobile, degno erede di Cesare Mori, fu parlamentare del Msi. Ma torniamo al libro.
"Ecco, lo dico: il danno". In questo ricco piatto di vicende dolorosissime ogni lettore può crearsi un viaggio credibile e incredibile dentro la storia e la mitologia contemporanea. Attraverso le parole d'onore, infatti, si possono sentire i frammenti di un canovaccio che sconfina anche nella commedia all'italiana. E come catalogare altrimenti la vicenda dell'eterno golpe Borghese?
"Se in Italia c'è la democrazia dovete ringraziare me" urla da una gabbia Luciano Liggio mentre assapora tra le labbra e i denti un appetitoso sigaro. Nell'estate del 1970 il principe Junio Valerio Borghese - comandante, sia detto per inciso, di Mauro de Mauro, il giornalista dell'Ora ucciso dalla mafia - chiedeva l'aiuto della cupola per portare a termine l'operazione Tora Tora, ossia la conquista di prefetture, questure, caserme e sedi Rai e l'abolizione della democrazia in tutta Italia. Per far questo il principe chiede alla mafia un elenco completo di nomi, affiliati e capi, famiglia per famiglia. E non solo: faceva anche richiesta che i picciotti portassero una fascia verde al braccio in segno di riconoscimento. Praticamente, povero principe, venne preso a fischi e piriti (leggi: peti).
"Ecco, lo dico: il danno". Una sceneggiatura da "Vogliamo i colonnelli" che non poteva trovare comparse tra i Pippo Calderone, Giuseppe Di Cristina e lo stesso Liggio che però colse l'occasione di tentare la carta estrema tanto cara ai giochi di potere in Italia, quella del "buttarsi a sinistra" nei momenti di difficoltà. E per buttarsi a sinistra ben bene, Liggio ci fece pure un discorso, questo: "Io non voglio scoprire il sederino a nessuno ma visto che il signor Buscetta nega l'ospitalità che gli ho dato a Catania, vi devo parlare di affari di Stato.
Nell'estate del 1970, lui e Totò Greco vennero da me per ragioni politiche. Avevano un progetto grandioso e megalomane per sovvertire lo Stato, certi politici promettevano cose grosse, volevano arruolare due, tre, diecimila uomini ma io a un certo punto mi rifiutai di rivederli. Presidente, queste cose il signor Buscetta non ve le ha mai dette, eh?. Non ho voluto portare l'Italia alla dittatura, se oggi c'è la democrazia dovete ringraziare me".
A parte il rammarico della mancata operazione Tora Tora c'è da segnalare come anche in questa occasione il linguaggio svelò un capovolgimento perfino ironico. "Ecco, lo dico: il danno". Commedia all'italiana o no, Liggio, prendendo la parola in quel 15 di aprile del 1986, aveva fatto uno sgarro. Gli arriva un biglietto e non sbaglierà a parlare mai più. "Fumati il sigaro ma fatti il carcerato". Così si leggeva nel pizzino recapitatogli.
"Ecco, lo dico: il danno". Era un personaggio molto carico il Liggio, col merito di avere hegelianamente definito per antitesi quella sintesi mai trovata tra gli archivi della giudiziaria nazionale. Invitato a deporre davanti alla commissione parlamentare antimafia, alla domanda del presidente: "Signor Liggio, secondo lei, esiste la mafia?", Liggio rispose: "Signor presidente, se esiste l'antimafia...".
E Liggio, forse più di Buscetta, ha un certo uso di mondo. Ha innanzitutto il debole per la filosofia. Sembra Achille Campanile quando sentenzia così: "Socrate è uno che ammiro perché come me non ha scritto niente". Pittore di quadri chissà dove finiti, Liggio non scriveva ma leggeva. Oculatamente solo alcune pagine: "Dei giornali leggo solo la terza pagina. Racconti e qualche recensione. Il resto è falso".
Ovviamente Liggio non poteva immaginare cosa sarebbero diventate le terze pagine oggi, ancora più false di tutto il resto del giornale ma la sua vena surreale è proprio gustosa: "Ho finito per odiare i sarti da quando sento dire: il giudice si mantiene abbottonato... Insomma, finisco per odiare i sarti perché non sanno abbottonare questi vestiti dei giudici. Sembra che ci lascino sempre gli occhielli aperti, non so, ma si aprono...". Un vero maestro della maieutica, il Liggio, maestro di Totò Riina peraltro, autore della sentenza massima in tema di dannazione criminale: "La curiosità è l'anticamera della sbirritudine". Guizzi di sicilitudine, manco a dirlo.
"Ecco, lo dico: il danno". La mafia che è materia di filologia può ben sostenere le disquisizioni sugli universali e la questione del nominalismo. La mafia è solo un flatus vocis, così a tal punto puro fiato di voce che Michele Greco, altrimenti noto come "il Papa", se ne dispera: "Mi accusano tutti solo perché il mio nome fa cartellone. Se anziché chiamarmi Michele Greco, mi chiamassi Michele Roccappinnuzza, io non mi troverei qui all'Ucciardone". Un ragionamento degno di Porfirio di Tiro, manco a dirlo.
"Ecco, lo dico: il danno". E di questo danno, infine, dobbiamo svelarne l'arcano, è un paragrafo che riprende l'interrogatorio di un banconista da bar chiamato a testimoniare dopo l'uccisione di Nenè Geraci, capomafia di Partinico. Domanda dell'avvocato: "Che cosa è successo?". Risposta: "E' successo che c'è stato... questo fatto che è successo. Diciamo... diciamo il... il danno". Ancora domanda: "Il danno?". Risposta: "Ecco, lo dico: il danno". Domanda finale: "Ci fu una sparatoria?". Risposta: "Mi... mi perdoni. Siccome, allora, le ripeto a dire: io ero sopra il banco a servire il caffè. Ora, siccome il bar la domenica mattina è sempre affollato. Sia la gente che è esterna, che parla di partite di calcio. Sia la gente che è interna che si consuma la rosticceria... quello che è successo l'hanno saputo all'esterno ed è entrato all'interno e poi se ne sono andati tutti via".
Ecco, l'abbiamo raccontato: il danno. Tra i protagonisti di questa grande mafiata il lettore troverà ovviamente Giulio Andreotti e la celeberrima scena della baciata con Riina e troverà anche Silvio Berlusconi, interessato a fare acquisti immobiliari in quel di Palemmo ma d'altronde - si sa - "iddu pensa sulu a iddu". Forte del conflitto d'interessi, Berlusconi che è iddu, pensa solo a se stesso e questa lettura di filologia e semiotica non può chiudersi che con uno striscione issato allo stadio della Favorita il 22 di dicembre del 2002: "Uniti contro il 41bis. Berlusconi dimentica la Sicilia". Sopraddetto. Unicamente parlando. Praticamente lui.

sabato 11 ottobre 2008

COMISO: CIRCOLO AN, SI' A INTITOLAZIONE AEROPORTO A MAGLIOCCO


Palermo, 11 ott. - (Adnkronos) - Il Circolo territoriale di Alleanza Nazionale di Comiso riconferma "la piena approvazione della decisione della Giunta comunale di restituire all'aeroporto di Comiso l'intitolazione al Generale Vincenzo Magliocco,(insignito, non si dimentichi, di una medaglia d'oro, due d'argento e una di bronzo". "Constatata la disinformazione che ad arte e' stata diffusa sull'argomento, infatti, va ribadito - si legge in una nota - che e' stata la precedente Giunta a modificare la intitolazione contro le indicazioni di sondaggi d'opinione effettuati prima e dopo che hanno confermato il mancato gradimento della modifica da parte della cittadinanza". Il Circolo ribadisce ancora che "il sindaco Alfano, votato dalla maggioranza dei Comisani, ha solo e semplicemente rimediato ad un errore, mantenendo un preciso impegno contratto con gli elettori in campagna elettorale e rispettando la volonta' di tutta la cittadinanza". Per An "assolutamente incomprensibili appaiono le ingerenze poco opportune e le prese di posizione, talvolta anche offensive, della sinistra e di esponenti politici di vertice che vorrebbero imporre delle decisioni calate dall'alto alla comunita' comisana che chiede soltanto il rispetto della propria autonomia e della dignita' della propria memoria storica locale. Agli immemori si ricorda in merito chela presenza dell'aeroporto Comiso la deve ad uno dei suoi figli piu' illustri, Biagio Pace, e che solo per l'esistenza di tale base territoriale ne e' stato possibile negli anni piu' recenti progettare la riattivazione".

lunedì 6 ottobre 2008

LA GUERRA DEL FASCISMO IN SICILIA CONTRO LA MAFIA



LA GUERRA DEL FASCISMO IN SICILIA CONTRO LA MAFIA

Di Michelangelo Ingrassia

Sulla storia del rapporto tra il fascismo e la Sicilia pesa un giudizio storiografico schematizzante, di derivazione gramsciana, che inserisce il fascismo nell'ambito del tradizionale blocco agrario isolano e proteso ad instaurare trasformisticamente un sistema di potere non dissimile da quelli che si erano formati prima dell'avvento del fascismo. Le considerazioni di Gramsci hanno trovato una sponda in quelle di un azionista come Guido Dorso o di un liberale come Piero Gobetti: concordi nell'attribuire le responsabilità dell'arretratezza di tutto il meridione ai compromessi delle classi dirigenti che si erano succedute al governo del paese, ivi compresa quella fascista.(1) Perfettamente inserita in questo quadro storiografico classista e/o morale è la tesi di chi, ancora oggi, si ostina a negare un valore storico e politico alla lotta del fascismo contro la mafia. Così, è stato scritto che "la dittatura fascista offrì alla classe dominante siciliana un'alternativa capace di sostituire e superare negli effetti i metodi mafiosi, come ad esempio la repressione del movimento contadino organizzato".(2) E c'è stato chi ha affermato che se il fascismo, a livello nazionale, ha avuto "stretti legami con la classe agraria (...) in Sicilia, però, la situazione è complessa, essendovi la mafia, che è un sodalizio criminoso da combattere, ma che è al tempo stesso legata alla classe agraria (...) Da qui la necessità (...) di una soluzione di compromesso (...) combattere la mafia, costringendola a non commettere delitti; ma, al tempo stesso, lasciare intatta la sua struttura".(3) La conclusione stupefacente di questo ragionamento a dir poco incredibile è che "la mafia subisce la repressione e non commette alcun omicidio. Precisamente, non uccide: nè il Prefetto Mori, nè il Procuratore Giampietro; nè alcun poliziotto; nè alcun carabiniere; nè alcun magistrato".(4) Quest'ultima osservazione, ancorchè macabra, è storicamente inesatta, perchè la mafia uccise!
Per troppo tempo le vittime fasciste della mafia sono state dimenticate e, dunque, assassinate due volte: dal piombo della lupara e da quello di una storiografia che, con i suoi pregiudizi e le sue distorsioni e contorsioni, non può non definirsi faziosa. Infatti, ancor prima che Mussolini formasse nell'ottobre 1922 il suo governo, in Sicilia cadevano vittime di agguati mafiosi il giovane fascista di Misilmeri (in provincia di Palermo) Mariano De Caro, ed il segretario del Fascio di Vita (nell'entroterra trapanese) Bartolomeo Perricone il quale era succeduto nella carica al fratello Domenico, pure lui assassinato dalla mafia.(5)
Queste vittime fasciste della mafia testimoniano tragicamente la vocazione antimafiosa del fascismo, e fanno comprendere quanto difficile sia stata la penetrazione fascista in Sicilia e contrastata la sua affermazione che, infatti, avverrà in tempi e forme diverse che nel resto d'Italia.
Non poteva essere diversamente dal momento che la realtà culturale e sociale dell'isola era caratterizzata, come ha evidenziato lo storico siciliano Giuseppe Tricoli, da un fenomeno come quello del latifondismo agrario attorno al quale si aggregava "in un blocco più che compatto, grazie alla fitta rete di mediazioni delle cosche mafiose, delle sette massoniche, delle clientele locali, la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica siciliana".(6)
In questa realtà conformista e conservatrice i nuovi movimenti culturali ed ideologici come il romanticismo, il liberalismo ed il socialismo erano sì riusciti a penetrare, ma conformandosi ed alla fine integrandosi "nel blocco storico dominante, contribuendo a perpetuare uno stato di sostanziale immobilismo".(7) Invece i fermenti eretici del futurismo, del nazionalismo, del dannunzianesimo e dello stesso fascismo restavano espressione di persone e gruppi isolati e sostanzialmente emarginati "sicchè le loro idee non riuscivano ad avere incidenza politica e tantomeno a formare una base di massa".(8) Non a caso alle elezioni politiche del 1921 mentre nella penisola il fascismo si affermava con notevole successo, in Sicilia addirittura non figuravano liste fasciste; un elemento, questo, chiarificatore di quella precarietà del fascismo siciliano delle origini e della sua estraneità verso quel vecchio mondo del pescecanismo agrario-mafioso.
Ma del resto non era facile inserirsi nel quadro politico siciliano rappresentato dal liberalismo di Vittorio Emanuele Orlando, dalla Democrazia Sociale di Francesco Saverio Nitti e dal socialriformismo. In sostanza, la vecchia italietta passatista e trasformista di giolittiana tradizione aveva nella Sicilia la sua roccaforte grazie alle condizioni sociali e culturali dell'isola che ne avevano favorito il radicamento.
La grande svolta nel rapporto tra fascismo e Sicilia arriva nel 1924, quando ormai è matura nella nuova classe dirigente del paese la consapevolezza che per liberare la Sicilia occorre sgretolare il fronte interno sociale, culturale e politico dell'isola che fa perno proprio nella mafia. Il fascismo, in questa fase, è impegnato su due versanti: da un lato occorre contrastare il tentativo del vecchio blocco di potere isolano di salire sul carro del fascista vincitore, dall'altro è necessario costruire quella presenza dello Stato che nell'isola non c'era mai stata, in modo da far sentire la Sicilia parte attiva dell'Italia. Si tratta, cioè, di riuscire laddove il vecchio Stato liberale era fallito: integrare la Sicilia nella realtà nazionale. Il tributo di sangue pagato dal fascismo originario nella Sicilia inquinata del periodo antemarcia è la prima tappa di questo percorso e la lotta alla mafia, inserita in questo contesto, diventa un problema metapolitico, un dovere morale per il fascismo al potere. Così, già all'indomani della Marcia su Roma, tra il novembre ed il dicembre del 1922, ecco la prima grande azione dimostrativa del fascismo palermitano a Corleone ed a Marineo per protestare contro l'ennesimo eccidio mafioso. E nel marzo 1924, in un famoso comizio tenuto a Palermo, ecco Giovanni Gentile, ministro di Mussolini, assegnare al fascismo siciliano il compito di polverizzare "gli strati ancora spessi di vecchi detriti della corrotta politichetta delle clientele campanilistiche o parlamentari" e di annientare certi "vecchi che sorridono, impettiti, per le loro aderenze coi soliti manipolatori e traffichini che non si danno ancora per vinti".(9)
E sul fronte della vigilanza, ecco i quadri del fascismo siciliano ed i Prefetti dell'isola denunciare in azione congiunta i tentativi d'infiltrazione mafiosa nel Partito Nazionale Fascista.(10) Emblematica in proposito la vicenda dell'onorevole Drago, un deputato socialriformista compromesso con le cosche delle Madonie, il cui improviso e sospetto filofascismo venne denunciato dalla stampa fascista isolana senza tentennamenti. E ancora và ricordata l'intensa attività ispettiva nell'isola di dirigenti fascisti nazionali come Starace (destinato poi a diventare segretario nazionale del Pnf), Rocca e Giunta.
Sono questi i primi segnali della versione siciliana di quella guerra tra la nuova Italia fascista e la vecchia Italia prefascista. In questa battaglia combattuta sul fronte siciliano, la mafia si configura come "il nucleo più ferreo dell'antico blocco egemone";(11) e questo vecchio blocco egemone, per la nuova Italia fascista, si frappone tra lo Stato e l'isola impedendo di portare a termine anche in Sicilia il Risorgimento. Colpire la mafia, quindi, per scardinare questo blocco egemone è la strategia del fascismo per raggiungere l'obiettivo dell'integrazione nazionale dell'isola. Decisiva, a tal fine, è la visita che lo stesso Mussolini compie in Sicilia nel 1924 e che offre al giovane Presidente del Consiglio l'opportunità di avere una presa di contatto diretta con la particolare realtà siciliana. Un contatto ravvicinato simboleggiato dal significativo incontro/scontro con quel don Ciccio Cuccia, sindaco di Piana degli Albanesi e capo-cosca della zona, il quale accoglie il Duce lamentandosi arrogantemente della presenza della scorta ritenuta inutile nel suo paese perchè lì alla sicurezza di Mussolini avrebbe provveduto lui stesso. E' facilmente immaginabile l'indignazione di Mussolini il quale dimostrerà di avere compreso la complessità della realtà siciliana nel momento in cui, qualche giorno dopo, in un comizio ad Agrigento, affermerà: "voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: si è parlato di strade, di acqua, di bonifica, si è detto che bisogna garantire la proprietà e l'incolumità dei cittadini che lavorano (...) Non deve essere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica come la vostra".(12)
Ora, appare evidente come il vero problema storiografico, nell'ambito del rapporto tra fascismo e Sicilia, non sia quello di misurare il tasso di efficacia della cosiddetta operazione Mori, che sarebbe riduttivo e fuorviante, ma di capire se il fascismo era nel giusto quando sosteneva che per valorizzare la Sicilia, per farla sentire parte della Nazione, occorreva sradicare quel blocco egemone latifondista e conservatore che tanti guasti aveva prodotto financo nella mentalità e negli usi e costumi di tutto un popolo, e che nella mafia trovava il suo aspetto esteriore tangibile ed il suo temibile e temuto gruppo di fuoco. La Sicilia aspettava ancora la terra promessa da Garibaldi all'indomani dello sbarco dei mille; la Sicilia non aveva visto segni di presenza dello Stato italiano; la Sicilia aveva subìto l'indifferenza prima dei Borbone e poi dei Savoia verso il ceto latifondista; i siciliani che sul finire dell'ottocento avevano trovato la volontà ed il coraggio di riscattarsi con la lotta dei Fasci dei Lavoratori, erano stati aggrediti militarmente dallo Stato e abbandonati a sè stessi dal nascente Partito Socialista Italiano. Un errore storico, questo del disinteresse socialista, la cui gravità ancora oggi non viene messa bene a fuoco. Un errore che anche il fascismo rischiò di compiere quando, di fronte al fallimento dei primi tentativi di penetrazione fatti, il Comitato Centrale Fascista affermò in un documento dell'agosto 1922 che la Sicilia sarebbe diventata, nella futura Italia fascista, "il ricettacolo di tutto il marciume che noi cacceremo da Roma".(13)
Questo disinteresse del fascismo verso la Sicilia, inversamente proporzionale al sostanziale disinteresse della Sicilia verso il fascismo ancora alla vigilia della marcia su Roma, smentisce la tesi di Gramsci, Dorso e Gobetti del connubio tra fascismo, classe agraria siciliana e cosche mafiose; tesi peraltro spazzata via dal sangue dei giovani fascisti assassinati per mano mafiosa.
Nel 1922, una volta giunto al potere, il fascismo decide di fare pulizia nell'isola e dichiara guerra alla mafia ed al blocco dominante da questa protetto: ed è una guerra culturale, politica e militare quella combattuta dal fascismo; un gesto di rottura con il passato che si inquadra nell'azione rivoluzionaria intrapresa dal fascismo di portare a termine il Risorgimento italiano integrando la nazione. Un gesto di rottura compiuto su due fronti: contro il tradizionale atteggiamento dei vecchi governi liberali che in Sicilia avevano lasciato fare e lasciato passare; e contro quel blocco sociale, culturale e politico isolano che, approfittando della colpevole indifferenza del vecchio Stato liberale, aveva potuto radicarsi e crescere fino a sequestrare l'isola inglobando e metabolizzando ogni nuovo fermento politico-culturale e annientando col gruppo di fuoco mafioso ogni tentativo di resistenza, compreso quello del giovane fascismo siciliano.
In questa prospettiva, la lotta alla mafia di Cesare Mori non va ridotta ad una semplice operazione di polizia, come pretende una certa storiografia; ma costituisce la prima tappa di un globale rinnovamento della Sicilia chiamata dal fascismo a svolgere un ruolo primario in una rinnovata Italia che, ormai protesa verso l'Africa ed il vicino oriente e la costa adriatica, aspirava al primato di grande potenza mediterranea nel consesso delle nazioni. Con l'azione del prefetto Mori venivano raggiunti gli obiettivi preliminari della strategia fascista: innanzitutto veniva debellata la manovalanza mafiosa; poi veniva scompaginato il blocco egemone relegando nell'angolo dell'impotenza personaggi come Vittorio Emanuele Orlando ed il conte Lucio Tasca (che ricompariranno a guerra finita);(14) infine veniva spezzato l'anello di congiunzione fra cosche mafiose e blocco egemone con l'arresto di decine di sindaci, avvocati, notabili vari, tutti condannati a gravi pene detentive. Tutto ciò dimostra, fra l'altro, che non è vero che il prefetto di ferro si sia fermato in basso; anzi, come ha ammesso recentemente uno storico di sinistra documentando i fatti, "Mori colpì duro anche in alto".(15)
L'azione di Mori si esaurì nel momento in cui il prefetto rese innocuo il gruppo di fuoco mafioso e mise in crisi l'alleanza tra latifondisti, vecchi politici e cosche mafiose. E' questo il momento in cui quel blocco egemone siciliano, che era il vero bersaglio culturale e politico del fascismo, rimasto privo del gruppo di fuoco mafioso col quale proteggersi ed intimidire e non avendo più a disposizione quegli elementi mafiosi infiltrati nelle istituzioni isolane, venne sconfitto. Terminata la fase giudiziaria e repressiva, il fascismo continuò la guerra di liberazione della Sicilia attraverso un'azione amministrativa, una bonifica psicologica, un'azione educativa ed una bonifica economica e sociale che, iniziate con un efficace piano di realizzazione di opere pubbliche, culminarono nel 1940 con la legge contro il latifondo. I siciliani videro finalmente uno Stato che costruiva le infrastrutture, che modernizzava l'isola con il risanamento delle città e con la costruzione di dighe, strade, ospedali, case, aeroporti; videro uno Stato che attraverso l'Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano colpiva gli interessi dei latifondisti; videro un'Italia che considerava la Sicilia come il centro geografico dell'impero, per usare un'espressione di Mussolini.
Alcune considerazioni rapide e finali per smentire i luoghi comuni di una storiografia viziata ed ormai avariata. Non è vero che dopo Mori il fascismo abbassò la guardia nella lotta contro la mafia: ancora nel 1935 a Cattolica Eraclea venivano arrestati 245 mafiosi; altri 211 mafiosi operanti tra Favara e Palma di Montechiaro sarebbero finiti in prigione due anni più tardi.
Una certa storiografia presenta Mori come antifascista: giova ricordare che il prefetto di ferro fu uno dei pochi a restare al suo posto durante la crisi Matteotti rinnovando così la propria fiducia a Mussolini. La stessa storiografia utilizza il coinvolgimento di Alfredo Cucco, uomo di punta del fascismo siciliano, nelle indagini di Mori per dimostrare presunte connivenze del fascismo che avrebbero interrotto l'azione del prefetto, non è così: Cucco si difese per decenni nelle aule di giustizia e, pienamente assolto, venne riammesso nel Pnf soltanto nel 1940; seguirà Mussolini nella Rsi e sarà tra i fondatori del Msi in Sicilia; l'attacco di Mori a Cucco muoveva, come ha documentato lo storico Giuseppe Tricoli, dal modesto fatto che ambedue volevano guidare il movimento antimafia del fascismo per mettersi in luce.(16)
A questo punto è arrivato il momento di riconoscere serenamente che il fascismo, in Sicilia, combattendo la mafia, si incaricò di squarciare quel muro di indifferenza astorica e conformista che una Sicilia sequestrata per lunghi anni da una oligarchia politico-sociale aveva eretto contro lo Stato. Su questo muro il fascismo riuscì ad aprire una crepa e segnò un'epoca, interrotta nella notte tra il 9 ed il 10 luglio 1943 quando la più grande flotta alleatà aggredì la costa siciliana con la complicità di quegli elementi mafiosi che il fascismo aveva cacciato dall'isola. Fu così che quei gabelloti che un accordo del 1927 tra Confederazione Fascista dei Lavoratori Agricoli e Federazione dell'Agricoltura aveva eliminato dalle campagne siciliane, alle campagne arrogantemente tornarono nel 1943 con il sostegno degli Alleati in uno scambio perverso di favori. Ma questa è un'altra storia.

NOTE
1) Si segnalano in proposito: A. Gramsci, Sul Fascismo, Roma 1973; G. Dorso, Mussolini alla conquista del potere, Verona 1949; P. Gobetti, Opere Complete, Torino 1960, vol. I.
E' nel pensiero di questi scrittori politici l'origine culturale di quel pregiudizio storiografico sull'azione del fascismo in Sicilia che, tramandatosi nel tempo, ancora oggi sopravvive.
2) I. Sales, La camorra le camorre, Roma 1988, p.113
3) G. Montalbano, Sicilia autonoma, Palermo 1986, p. 180
4) ibidem, p. 181
5) Una rievocazione delle vittime e degli agguati è rintracciabile in: G. F. Di Marco, Clima di un'impresa storica, Palermo 1937, pp. 93 - 95
6) G. Tricoli, Il fascismo e la lotta contro la mafia, Palermo 1989, p. 6
7) ibidem
8) ibidem, p. 7
9) G. Gentile, Il fascismo e la Sicilia, discorso pronunciato al Teatro Massimo di Palermo il 31 marzo 1924; il testo completo nella prima pagina del giornale pomeridiano palermitano L'Ora del 31 marzo/1 aprile 1924
10) cfr. G. Tricoli, op. cit., p. 16
11) ibidem, p. 18
12) Il discorso del Duce è riportato in: B. Mussolini, Opera Omnia, a cura di D. Susmel, Firenze 1963, vol. XX, p. 264
13) cfr. G. Tricoli, op. cit., p. 12
14) In un comizio tenuto a Palermo nell'estate 1925, in occasione delle locali elezioni amministrative, così si esprimeva Vittorio Emanuele Orlando leader della coalizione antifascista: "Or io dico, signori, che se per mafia si intende (...) la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte (...) mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo". Cfr. Il Giornale di Sicilia, 28/29 luglio 1925; il brano è citato anche in: A. Petacco, Il prefetto di ferro, Milano 1975, pp. 76 - 77. Del cavaliere Tasca, che nel 1943 sarà sindaco della Palermo amministrata dagli Alleati, ci limitiamo a ricordare un suo libello dal titolo significativo: Elogio del Latifondo che fu il testo sacro del ceto agrario siciliano
15) Cfr. G. C. Marino, Storia della mafia, Roma 1997, p. 47
16) Cfr. G. Tricoli, op. cit., p. 31

martedì 30 settembre 2008

COME LE SAPEVA FARE BENE E BELLE LE CASE E LE CITTÀ IL MALE ASSOLUTO, NESSUNO.




Pietrangelo Buttafuoco per "Il Foglio"







Il libro di Antonio Pennacchi,"Fascio e Martello. Viaggio per le città del Duce"Come le sapeva fare bene e belle le case e le città il Male Assoluto, nessuno. Il libro di Antonio Pennacchi,"Fascio e Martello. Viaggio per le città del Duce" pubblicato da Laterza (euro 18,00), è un percorso indietro nel tempo, alla scoperta delle città fatte costruire da Mussolini che, escluse Sabaudia e Littoria poi ribattezzata Latina, sono ben poco conosciute alle italiche genti ammorbate dal Bene Totale. E' un esercizio di archeochic quello della scoperta dell'urbanistica del DUCE.
In taluni casi si parla addirittura di piccolissimi insediamenti oggi completamente abbandonati, come Borgo Riena, in Sicilia, che ha oggi un unico abitante, Totò Militello, un ottantenne condannato all'ergastolo per un omicidio in primo grado, che aveva aspettato l'appello "canziatu", cioè in latitanza, e che per questo di notte scendeva a Borgo Riena dove la sua famiglia si era trasferita per la colonizzazione. Totò, che si è sempre proclamato innocente, è stato assolto in appello. La Regione siciliana ha poi cacciato i pochi abitanti dell'insediamento, che ora è "vacante", vuoto. Così Totò è di nuovo "canziatu". Nessuna carta geografica riporta il nome di questa località, non è registrata in alcuna mappa catastale. Ma è una "città nuova" come le altre che Pennacchi ha visitato e di cui ha studiato la fisionomia e l'humus, la storia e soprattutto le cause della loro fondazione.
Queste città sono l'espressione tangibile della politica avviata da Mussolini a partire dagli anni Trenta e secondo Pennacchi - autore tra gli altri de "Il Fasciocomunista", un best seller Mondadori - e di "Palude" (Donzelli) - rispondente a un disegno che il DUCE aveva elaborato molti anni prima, ossia la bonifica dell'Italia centro-meridionale, la costruzione di insediamenti, "le città nuove", che divenissero il tessuto sociale di una nuova classe di contadini, capaci di rappresentare lo zoccolo duro del regime fascista.Pietrangelo Buttafuoco
La tesi di Pennacchi è che il DUCE vuole instaurare in Italia, all'indomani della presa del potere, una dittatura proletaria contadina, espropriando il latifondo che tanta estensione aveva nella penisola, e riDUCEndo così l'influenza dei grandi proprietari terrieri che possedevano migliaia di ettari di terra, ma si limitavano a coltivarli a grano o a lasciarli a pascolo, garantendosi una rendita parassitaria.
Si resta stupefatti apprendendo come, nel giro di pochi anni, il progetto di bonifica dell'Agro Pontino sia stato effettuato, ma anche l'insediamento umano, attraverso la costruzione ex novo di città, nelle quali sono stati trasferiti coloni provenienti da altre regioni di Italia, il Veneto per esempio, allettati dalla possibilità di un lavoro dignitoso ma soprattutto dal possesso di un podere che lo stato fascista consegnava al nuovo venuto e alla sua famiglia già perfettamente completo.
L'avventura di costruire città laddove per secoli, se non addirittura per millenni, aveva regnato la palude, abitata da micidiali zanzare portatrici di malarie, serpenti lunghi anche due metri e grossi topi roditori, è un affare di stato. Sbalordisce la velocità con cui tale progetto è stato portato a termine. Aprilia fu edificata in diciotto mesi, per Littoria ne bastarono addirittura sei. Il centro dell'insediamento è rappresentato dalla torre littoria che, secondo Pennacchi, è la ripresa che il fascismo fa, della torre medievale che per tutta l'età comunale rappresenta il cuore laico della civitas, facendo fuori il luogo comune, che invece identifica nella chiesa il centro simbolico della comunità.
Le immagini note del DUCE che pone la prima pietra e, novello Romolo, traccia il solco, dovettero ripetersi innumerevoli volte, se il calcolo di Pennacchi arriva a contarne fino a centocinquanta di varie dimensioni da una punta all'altra dell'Italia, fino all'Istria e senza contare i villaggi edificati nell'Impero fascista. Non è solo l'impresa, già per sé meritoria, di fondare città, che è un altro modo non guerresco di "essere facitori di storia". La città diviene il luogo in cui gli individui che la abitano, possono partecipare a una serie di attività organizzate secondo i dettami del partito. Il cinema, il dopolavoro, la biblioteca, l'asilo, i campi sportivi.
Ad Arsia ci saranno perfino le piscine e gli impianti di riscaldamento centralizzato. E poi le organizzazioni giovanili, la Mutua, le colonie estive. Il DUCE ha ruralizzato le masse mediante un'urbanizzazione realizzata in soli dieci anni, dal 1932 al 1942. Continuava a far costruire città anche in piena guerra. Hanno, tutte queste città, una sorta di impronta che le accomuna. Intanto ovunque sono stati piantati eucaliptus perché assorbono acqua, allontanano le zanzare e sono un'ottima barriera contro il vento, almeno così sostenevano quelli della Milizia forestale che li piantavano ovunque. Pare che fosse tutto vero, tranne la storia che respingessero le zanzare, anzi sembra proprio che avessero l'effetto contrario.
Ma tant'è, almeno contro il vento funzionavano davvero. E infatti, dopo la guerra, la Regione Lazio li ha fatti sradicare, così che le trombe d'aria, adesso, quando arrivano, tirano via perfino i tetti dei capannoni e gli oleandri che la gente ha piantato in giardino. Ogni città ha la sua piazza, la sua Casa del Fascio e anche il suo campanile, ma un tantino defilato rispetto al centro urbano. Gli anni in cui l'urbanizzazione delle terre bonificate raggiunse il suo culmine, vanno dal '31 al '36. In pochi anni si passa "dalla preistoria alla modernità".
Poi c'è la conquista dell'Impero e successivamente, dal '38 al 42, il secondo periodo di bonifica, in Puglia, Campania e Sicilia. Anche la fondazione dell'Impero con la conquista dell'Abissinia e il trasferimento in Libia di trentamila rurali, fa parte del disegno fascista di dittatura delle masse. Visto che la bonifica in Italia comporta lo scontro con i grandi latifondisti, Mussolini ritiene più semplice andare a conquistare la terra di cui ha bisogno fuori dalla penisola costruendovi sopra i villaggi che debbono ospitare i coloni. Anche in questo caso l'obiezione di tanta storiografia è che sembra un'operazione esagerata andare a conquistare terra mentre altri cercano almeno oro e petrolio, e farlo con i gas.
Attraverso il viaggio per le città del DUCE, Pennacchi in realtà vuol delineare la fisionomia del regime fascista. La sua tesi è che, lungi dall'essere una dittatura di destra, quella che Mussolini instaurò fu una dittatura contadina. Era il passato socialista del giovane Mussolini che si realizzava nella creazione di una classe sociale nuova ritagliata sull'espropriazione del latifondo e la rinascita dell'antico mezzadro vessato dal padrone a colono di un podere tutto suo.
A segnare la trasformazione del regime in totalitarismo concorre l'avvicendarsi dei simboli dalla prima fase della ruralizzazione alla successiva. La torre littoria viene sostituita nella sua centralità, dalla Casa del fascio, il potere laico è divenuto potere proletario. Non era stata operazione facile da realizzare. Anzi in un primo tempo, Mussolini non è ancora così forte da poter inimicarsi il ceto agrario, né ha tutto il denaro che i suoi progetti richiedono. Pertanto si appoggia agli stessi proprietari terrieri che vengono aiutati nei lavori di bonifica, da sovvenzioni dello stato. Ma alla fine degli anni Venti la situazione cambia.

Il DUCE, nonostante le resistenze dei latifondisti, affida i lavori di bonifica all'Opera Nazionale Combattenti fondata da Nitti, di cui nomina responsabile unico il conte Valentino Orsolino Cencelli, al quale dà carta libera: espropriare la terra, frazionarla in piccole unità e venderla ai coloni. Lo scontro è duro. Da una parte, il Consorzio dei proprietari, che ha buoni appoggi al ministero dell'Agricoltura, dall'altra Cencelli. Quando le tensioni tra le due parti diventano insostenibili, il DUCE sostituisce Cencelli con Araldo di Crollalanza, più diplomatico nei rapporti con i proprietari terrieri ma anche più sinceramente socialista.
Aprilia e Pomezia vengono progettate da Concezio Petrucci, un giovane architetto che nel 1929 già insegnava nella facoltà di Firenze appena istituita e che successivamente progetterà Fertilia in Sardegna e Segezia in Puglia. Sabaudia viene fondata nel 1933. Intanto il DUCE ha ben altre preoccupazioni. Nel 1935 la conquista dell'Abissinia gli ha inimicato le potenze europee, che attraverso la Società delle Nazioni comminano all'Italia pesanti sanzioni, tra cui il divieto di importare merci dall'Europa. L'Italia ha soprattutto bisogno del carbone per il quale dipende totalmente dai paesi europei. Viene trovata una valida alternativa nella lignite, un succedaneo del carbone, che si trova in grandi quantità nel Sulcis, in Sardegna. Ha minor potenza calorica ed è più costoso del carbone, ma non c'è altro da fare. Il DUCE dà ordine di estrarlo.
Viene creata l'Acai (Azienda Carboni Italiani), con a capo il commendatore Giulio Segre, proprietario di una società estrattiva con miniere di carbone in Istria, l'Arsa, che confluirà nell'Acai. Segre farà costruire Carbonia in Sardegna e Arsia in Istria, tra Pola e Fiume. Anche la storia di questi insediamenti, può servire a notare alcune incongruenze del regime. Il DUCE va in Abissinia ricavandone l'isolamento economico in Europa, deve inventarsi una materia prima da produrre in Patria e da inviare ovunque nella penisola, impiantare miniere, trasferire individui che hanno bisogno di insediamenti abitativi, "le città dell'autarchia". Qui il controllo sociale è ferreo. Nessun ricambio di classi sociali come era avvenuto nelle città della bonifica. Carbonia è popolata per il cinquanta per cento di pregiudicati, non ci sono donne, è un insediamento che gravita interamente sull'attività mineraria che Segre controlla con pugno di ferro, ricevendo dal DUCE attestati di stima. Ma i tempi cambiano, anche i vincoli più saldi e le amicizie più durature non reggono l'urto e la sciagura della ragion di stato. Cresce l'ostilità contro gli ebrei.Mussolini e Famiglia
Segre era ebreo di nascita, ma si riteneva italiano a tutti gli effetti. Rifiutava il sionismo, era un fascista convinto, un grande patriota e un eroe della Grande guerra. L'architetto che aveva scelto per disegnare il piano regolatore di Carbonia era un triestino di origine ebrea, Gustavo Pulitzer. Carbonia fu inaugurata il 18 dicembre 1938, ma Segre non partecipò alla festa. Il 17 novembre erano state promulgate le leggi razziali. Segre viene costretto alle dimissioni dalla guida dell'Acai e sostituito. Nel '43 chiede ancora invano di poter partecipare alla guerra, da soldato italiano. Dovette riparare in Vaticano dove morì nel '44.
Dopo la guerra, il carbone, quello vero, riprese ad arrivare dall'Europa e via via le estrazioni nel Sulcis presero a rallentare fin quasi a cessare. Pare che, oggi, sia rimasto in attività un unico pozzo. Carbonia invece è ancora lì, è diventata una città del terziario, la più importante del versante sud-occidentale della Sardegna. Le gallerie delle miniere stanno ancora tutte sotto la città, sono parte essenziale della sua identità. Pare che il vento, quando soffia forte, si insinui nei mille cunicoli sotterranei urlando. Urla quasi umane che arrivano fino a sù. Il calore emanato dalla lignite non si è spento, talvolta si innalzano colonne di fumo. In città si mormora che la miniera è abitata dagli spiriti. Forse è il fantasma di Segre che attende ancora giustizia.
La seconda fase della bonifica viene attuata a partire dal 1938 da Araldo di Crollalanza, incaricato dal DUCE di estendere i lavori nel Foggiano, dopo i successi dell' Agro Pontino, in Campania e in Sicilia. Il piano prevede una durata di dieci anni per la completa realizzazione del progetto. Bisognerà appoderare il territorio in piccole unità affidate alle famiglia coloniche con contratti di lunga durata.
Gli inadempienti saranno espropriati. Lo stato realizzerà tutte le infrastrutture necessarie: strade, ponti, canalizzazione delle acque. Nemmeno lo scoppio della guerra fa recedere Mussolini dai suoi progetti. Ancora nel '42, in piena guerra, viene inaugurata Segezia, la più importante delle città pugliesi. Ma l'operazione compiuta in precedenza, trapiantare popolazioni di altre regioni italiane nel tessuto sociale preesistente, suscita forti reazioni contrarie. E di Crollalanza dovette cedere alle pressioni locali sia degli inviperiti proprietari terrieri espropriati delle loro terre che dei braccianti. Con la caduta del Fascismo, sarà la Democrazia Cristiana ad avviare una nuova riforma agraria, ancora con gli agrari contro, e i braccianti minacciosi disposti anche a bruciare le terre pur di entrarne in possesso. La frammentazione della terra sarà così parcellizzata - i poderi non dovevano superare i quattro ettari di estensione - che molti braccianti pugliesi, emigreranno, abbandonando la terra. Intanto è stata ripresa la coltivazione del grano. E' un'attività più comoda, permette al contadino di tornare la sera al paese. Sono state dismesse le stalle e qualunque agricoltura intensiva. I piccoli poderi sono stati rivenduti e nel giro di pochi anni sono ricomparsi i latifondi.Mussolini e Hitler
La classe dirigente del dopoguerra sarà rappresentata da quello stesso ceto di latifondisti espropriati durante il fascismo. Il nuovo è il vecchio che ritorna. Nelle città fondate dal DUCE non ci abita più nessuno, solo qualche famiglia che si è impadronita abusivamente delle case. Di sera la piazza di Segezia si riempie di extracomunitari che tornano dal lavoro nei campi. Sembra una moderna torre di Babele, riecheggiano idiomi vari compresi solo da chi li parla.
Poi come le quinte di un palcoscenico, la piazza lentamente si svuota, la città torna deserta e tutti vanno a dormire chissà dove. Il grande progetto di Mussolini, creare "l'uomo nuovo", ruralizzare l'Italia, ridimensionare i privilegi dei grandi latifondisti, ridare nuova linfa all'agricoltura, disseminare l'Italia di poderi, è fallito. Così come l'assalto al latifondo siciliano, dove c'erano in ballo ben cinquecentomila ettari di terra da espropriare. La guerra ha spazzato via tutto. Per alcuni storici l'unico risultato tangibile del progetto del DUCE, sarebbe la bonifica dell'Agro Pontino, settantamila ettari di terreno.
In realtà l'operazione riguarderebbe circa un milione di ettari. Pennacchi sostiene che, se Mussolini avesse solo portato a termine la ruralizzazione dell'Italia, sarebbe restato un fascista di Littoria, il guaio è che poi i fascisti sarebbero diventati tutti antifascisti, compreso quel pennellone lì che c'ha campato una vita a fare i saluti romani e a trascinarsi dietro Mirko Tremaglia e Carlo Tassi in camicia nera, giusto per guadagnarsi la giornata con i ragazzi di Salò.
Detto questo ha ragione Lucio Caracciolo che ha ospitato nel suo Limes questo straordinario viaggio di uno straordinario scrittore qual è il Pennacchione nostro, dove si parte in un modo e si arriva in un altro. E veramente - come scrive Caracciolo - sarebbe stata "una catastrofe epistemologia" se il DUCE non avesse avuto il mal di pietre nel costruire tutte le sue città. Nessuno dopo l'avrebbe fatto e nessuno avrebbe fatto le bonifiche e soprattutto non ci sarebbe stato Antonio Pennacchi, scrittore di Latina. "Una catastrofe epistemologica". Infine la domanda di Caracciolo: "Ma al Duce ‘Le città del Duce' di Antonio Pennacchi sarebbe piaciuto?". Certo che gli sarebbe piaciuto: il DUCE era dei nostri.

PARTIGIANI SPESSO FUGGIVANO DOPO ATTENTATI


- PARTIGIANI SPESSO FUGGIVANO DOPO ATTENTATI (AGI) - "I partigiani non erano amati da tutti, anche perche’ spesso, dopo aver fatto le loro azioni contro i nazisti, scappavano e lasciavano che i tedeschi compissero le loro rappresaglie contro i civili. Questa e’ Storia e non e’ certo una mia invenzione". Uno Spike Lee insolitamente sulla difensiva ha presentato a Roma alla stampa il suo ultimo film, "Miracolo a Sant’Anna", in sala dal 3 ottobre in 250 copie, interpretato da Laz Alonso, Derek Luke, Michael Ealy, Omar Benson Miller e da un cast italiano di grande qualita’: Pierfrancesco Favino, Valentina Cervi, Omero Antonutti, Sergio Albelli, Lydia Biondi, Luigi Lo Cascio e lo splendido piccolo esordiente Matteo Sciabordi. La storia, tratta dal romanzo di James McBride (anche sceneggiatore, in collaborazione con Francesco Bruni), segue le vicende di un gruppo di soldati americani durante la Seconda guerra mondiale appartenenti alla 92.ma Divisione "Buffalo", costituita solo da militari di colore, che si "perde" sui monti della Toscana, infestate dai tedeschi, pochi giorni dopo la strage di Sant’Anna di Stazzema, quando i nazisti massacrarono 560 civili per rappresaglia. Quattro militari si trovano a contatto con gli abitanti di un paesino sulle montagne toscane e con un gruppo di partigiani, gli autori della strage che porto’ alla reazione tedesca a Sant’Anna. Tra loro anche un traditore, una figura molto moderna, con un enorme conflitto interiore. Questo personaggio, interpretato da Sergio Albelli, ha urtato numerose coscienze ed e’ alla base, insieme alla figura del capo dei partigiani (Pierfrancesco Favino), delle numerose polemiche tra le associazioni di partigiani che si ritengono in qualche modo offese.
"Se il mio film apre delle discussioni - ha spiegato Spike Lee - e’ un fatto molto positivo. Non mi sono inventato io, ne’ tanto meno McBride, che i partigiani in Italia e in Francia non erano amati da tutta la popolazione. E neppure il fatto che questi scappassero quasi sempre dopo gli attentati contro i nazisti. Al di la’ delle discussioni comunque - ha detto ancora il regista americano - c’e’ un fatto indiscutibile: il 12 agosto 1944 la XVI divisione delle SS ha massacrato a Sant’Anna di Stazzema 560 civili inermi".Se la polemica su come il film racconti le figure dei partigiani infastidisce Spike Lee, di diverso avviso e’ Pierfrancesco Favino, che interpreta il partigiano Peppi Grotta autore della strage di nazisti che porto’ alla rappresaglia di Sant’Anna. "Se avessi 80-90 anni e avessi combattuto per la liberta’ del mio Paese, rischiando la vita e vedendo molti compagni morire - ha detto l’attore romano piu’ popolare del momento negli Usa (oltre a Spike Lee ha lavorato ne "Le cronache di Narnia" e ora e’ sul set di Ron Haward in "Angeli e Demoni") - probabilmente anch’io sarei arrabbiato. L’immagine che viene data dei partigiani, certamente, non e’ quella che mi porto dietro da sempre. C’e’ il bene e il male in tutto. Tutto si puo’ dire di me - ha detto ancora - ma non che sia un uomo vicino alla destra. Eppure ritengo che in Italia una parte della popolazione giudica intoccabile questo argomento. Per me, invece, la Storia dev’essere affrontata in termini laici e ho intenzione di raccontare a mia figlia questo periodo cercando di comunicarle i dubbi e le incertezze piuttosto che delle verita’ assolute, quelle con cui siamo cresciuti e che oggi vengono affrontate e discusse. Il bello e’ che nessun regista italiano ha avuto il coraggio di fare un film su Sant’Anna e se ne parla oggi solo perche’ esce il film di Spike Lee". "Miracolo a Sant’Anna" arriva in Italia dopo l’anteprima americana e gli attacchi, a volte impietosi, di parte della stampa Usa e di alcune trasmissioni tv (un comico in un popolare programma ha detto che e’ meglio bere latte cinese (contaminato, ndr) che vedere il film di Spike Lee). "Io sono un artista e non posso piacere a tutti. Mi criticano? E allora che devo fare, buttarmi giu’ dall’Empire State Building? Io faccio film da 23 anni - ha tagliato corto il regista - e di sicuro continuero’ a farli anche se a qualcuno non piacciono i miei film". "Miracolo a Sant’Anna" non e’ un film storico e lo stesso McBride ha spiegato che "ci sono molte versioni su cosa sia accaduto a Sant’Anna di Stazzema, ma io volevo scrivere solo un romanzo" che racconti un importante episodio che fa parte del processo di integrazione della popolazione afroamericana negli Usa che nel 1944 era considerata e trattata dai bianchi come appartenente a una razza subumana.

Una scena del film Miracolo a Sant'Anna"Spike ha voluto dare voce a personaggi di pelle nera - ha spiegato bene Omero Antonutti, che interpreta il ruolo di un capofamiglia intimamente fascista che non si rende conto di cosa accada -. A soldati di colore che avevano orgoglio di dimostrare nella loro patria di non essere cittadini di serie B". Domani il regista e il cast saranno a Firenze a presentare il film in un’anteprima organizzata dalla Toscana Film Commission. Si prevede l’intervento delle associazioni partigiane e, forse, nuove polemiche.

lunedì 15 settembre 2008

I giovani di An contro Fini


di Luca Telese per Il Giornale


Roma - Si sono riuniti ieri mattina nell'anfiteatro di Atreju, a Roma, a conclusione della loro festa. Una discussione intensa, a tratti preoccupata, dopo lo strappo di Gianfranco Fini, celebrata proprio in un incontro pubblico con i giovani del suo partito. È inutile girarci intorno. In questo momento, l'epicentro del mal di pancia dentro An sono loro, i ragazzi di Azione Giovani. Da due giorni, la loro leader (nonché ministra) Giorgia Meloni non interviene nella polemica per una scelta precisa, quella di difendere la propria organizzazione. Ma il disappunto dei ragazzi di Ag si sfoga nei blog di area, nelle dichiarazioni di alcuni dirigenti rappresentativi, in quella assemblea a porte chiuse. E i loro giudizi nei confronti del leader un tempo indiscusso sono a dir poco caustici.
Se sali sulla collina del Celio all'ora di pranzo, per esempio, puoi incontrare Carolina Varchi, la ragazza siciliana che nel dibattito con Silvio Berlusconi aveva bacchettato il premier, rimproverandolo di una sua digressione sul comunismo a sua detta «poco pragmatica». Carolina ha gli occhi azzurri, un viso apparentemente angelico, ma si definisce «alquanto incazzata». E spiega: «A Gianfranco non avrei fatto alcuna domanda. Sono rimasta colpita dal suo modo di mischiare storia e politica, non condivido una virgola nella sua divisione fra morti di serie A e morti di serie B nella guerra civile, che poi sarebbero i morti di Salò». Adesso è la sua organizzazione sotto accusa nel partito: «Mi pare una follia! Noi siamo immersi nel nostro tempo, ascoltiamo la musica dei nostri coetanei, conosciamo i loro problemi forse meglio dei nostri leader, raccogliamo il loro consenso, se è vero che le nostre sono le liste più votate nelle scuole e negli atenei. Ma di che film parlano?». Messa così sembra quasi una sfida. E Carolina la raccoglie: «Lo scriva: al contrario dei grandi, eletti nelle liste bloccate, noi raccogliamo le preferenze, una a una. La sottoscritta, è stata la più votata a Palermo. E saremmo noi i nostalgici fuori dal mondo?». Ma perché tanta difficoltà sull'antifascismo allora? «Forse perché in nome dell'antifascismo militante, nell'anno di grazia 2008, non solo nel 1943 dei bei libri di Pansa, qualcuno mi ha preso a bottigliate in facoltà!».
Altro capannello, quello dei torinesi, altro volto-simbolo dell'organizzazione, quello di Augusta Montaruli, la ragazza che è finita sulla prima pagina de La Stampa perché ogni volta che prova a dare un esame gli autonomi scatenano la guerriglia all'università: «Quello che ha detto Fini è un falso storico. La divisione fra buoni e cattivi è una cosa grottesca, che persino gli storici di sinistra rifiutano». Però così vi piove sulla testa l'accusa di nostalgismo. Augusta ride e scuote la testa: «Ma semmai è il contrario! Per noi è questa idea che si debba dire cosa si pensa del 1943 pena l'impossibilità di fare politica a essere anacronistica!». Avete quasi fischiato il vostro leader? «No. La nostra è stata un'accoglienza fredda ma responsabile. Una grande prova di maturità, direi: aspettiamo che i grandi dimostrino di saper fare altrettanto. Noi non siamo reducistici, siamo molto più moderni di loro».

In rete, malgrado nel weekend molti siano disconnessi, arrivano pronunciamenti a valanga, tutti scanditi nella lingua cruda del web. Scrive per esempio il Blog Lettera Maltese: «Oggi Fini, durante la festa di Atreju, ha detto ai suoi giovani fascisti di riconoscersi nei valori dell'antifascismo. Credo sia dunque ormai chiara la verità sul suo quoziente d’intelligenza. Quali sarebbero questi fottuti valori dell'antifascismo? La democrazia? J. J. Rousseau era antifascista?».Un altro blog di destra - Radici Profonde - si affida alla satira cabalistica. «Quelli di Salò avevano torto, impossibile paragonarli ai resistenti. Parola di Gianfranco Fini (22: il matto). La festa dei giovani di An (48: morto che parla) si è trasformata in una grande lezione di storia presieduta da uno dei peggiori “storici” del nostro Paese». Su Atuttadestra prevale il sarcasmo sulla storia del leader: «Non fummo certo noi a dare a una mozione congressuale il titolo “Il Msi, fascismo del 2000”, ma un certo Gianfranco Fini, in arte presidente della Camera».
E che dire di Slash? «Tra la freddezza dei presenti ha avuto coraggio, se non si è suicidato, (politicamente) lo faranno fuori a breve. Però ha messo il paracadute, tra poco trasloca nel Pdl, libertà di essere fascisti». Infine i grandi. A sezioni chiuse, quelli che potevano sono accorsi fino a Revere, a manifestare il proprio dissenso alla presentazione dell'ultimo libro di Giampaolo Pansa. «Lo storico, dilettante» (autodefinizione) a sorpresa ha dato ragione a chi criticava Fini: «Io non so se sia un grande leader. So, e lo scriverò nel bestiario, che ha fatto un errore madornale nel non distinguere bene fra l'antifascismo democratico e quello totalitario. E so che ha messo in difficoltà, a partire da oggi, tutti i militanti di An che, in tutta Italia, adesso saranno irrisi e censurati».

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