mercoledì 24 dicembre 2008

LA SCORIA SIAMO NOI – FERMI TUTTI: "Mussolini morì suicida, in un dente celava una capsula di cianuro"

LA SCORIA SIAMO NOI – FERMI TUTTI: "Mussolini morì suicida, in un dente celava una capsula di cianuro" - Gliela consegnò Adolf Hitler in persona poche ore dopo l’attentato a Rastenburg – LA PROVA: ABITI privi dei fori delle pallottole…


Stefano Lorenzetto per "Il Giornale"

«Questa è una storia che nessuno vuole raccontare, ma che riguarda ciascuno di noi. È una storia che tocca tre generazioni: quella dei ventenni che fa finta di saperla, quella dei quarantenni che fa finta di ricordarla e quella dei sessantenni che fa finta di averla dimenticata». La storia che Alberto Bertotto racconta, «una ragionevole provocazione dedicata a chi ama il mistero della verità», non è facile da credere: Benito Mussolini si sarebbe suicidato masticando una capsula di cianuro.

Gliela consegnò Adolf Hitler in persona poche ore dopo l'attentato a Rastenburg. Nel pomeriggio di quel 20 luglio 1944 il capo del fascismo, intimidito dal Führer, era stato costretto a farsela impiantare seduta stante in un dente finto da un medico tedesco. Lo scetticismo aumenta quando si scopre che questa rivelazione fu fatta più di trent'anni fa dal fantasma del Duce a un sensitivo genovese, Athos Agostini, il quale il 10 luglio 2007 l'ha messa nero su bianco e depositata da un notaio.

Senonché Bertotto ha trovato molti elementi che la suffragano, a cominciare dalla testimonianza di Elena Curti, 86 anni, figlia naturale di Mussolini, che vive ad Acquapendente (Viterbo) e che il 27 aprile 1945 durante la fuga verso la Valtellina sedeva accanto al padre nell'autoblindo fermata dai partigiani sulle rive del lago di Como.

Alberto Bertotto, 63 anni, storico per passione, è un pediatra in pensione, originario di Biella, che ha messo nelle sue ricerche lo stesso rigore dispiegato per un trentennio nella cura dei piccoli pazienti in ospedale. Professore universitario di clinica pediatrica fino al 2002, prima a Pavia e poi a Perugia, dove abita tuttora, ha all'attivo oltre 250 pubblicazioni scientifiche. Ma di lui si parlerà molto per questo volume di 287 pagine, "La morte di Mussolini, una storia da riscrivere", che arriva adesso nelle librerie per i tipi della casa editrice Paoletti D'Isidori Capponi di Ascoli Piceno.

In precedenza aveva scritto "Mussolini estremo". E l'anno prossimo uscirà "L'odissea di Mussolini", in cui ricostruisce i 50 giorni del 1943 che andarono dalla caduta del fascismo alla liberazione del Duce sul Gran Sasso.

Nostalgico?
«Sono un agnostico della politica. Non vado neppure a votare».

Allora perché questo interesse per Mussolini?
«È un puro interesse intellettuale, da giallista. Nessuna persona provvista di buon senso può bersi la vulgata, per usare una definizione del professor Renzo De Felice, con cui il Pci voleva farci credere che Mussolini e la sua amante Claretta Petacci fossero stati uccisi alle 1

6.20 del 28 aprile 1945 davanti al cancello di villa Belmonte, a Giulino di Mezzegra, dal comunista Walter Audisio, alias colonnello Valerio, affiancato da Michele Moretti, detto Pietro, e Aldo Lampredi, detto Guido. Una cosa è ormai certa: il colonnello Valerio fucilò due cadaveri morti da un pezzo».

Come fa a dirlo?
«Non lo dico io. Lo sospettano, oltre a De Felice, storici come Franco Bandini, Luciano Garibaldi, Giorgio Pisanò, Alessandro Zanella, Sergio Bertoldi. Questo Audisio era un pover'uomo, anzi un poveraccio, che negli anni diede quattro diverse versioni dell'accaduto, adattandole in corso d'opera a mano a mano che venivano confutate».

I punti deboli quali sono?
«Audisio dice nei suoi libri che fece sedere Mussolini e la Petacci su una panca di pietra all'ingresso di villa Belmonte: quella panca non esiste. Audisio dice che il Duce, prima dell'esecuzione, biascicò tremante: "Ma, ma... signor colonnello...". Come poteva il condannato conoscere il grado da partigiano del suo carnefice? Audisio dice: "Poi fu la volta della Petacci, che cadde di quarto a terra sull'erba umida".
Davanti al cancello c'era solo asfalto. Lampredi nel 1966 dichiara all'Unità che Mussolini si aprì il cappotto e gridò: "Sparami al cuore!". Moretti nel 1995 racconta al giornalista Giorgio Cavalleri che le ultime parole del Duce furono: "Viva l'Italia!"».


Chi decise l'esecuzione?
«L'immediata fucilazione fu deliberata dal Cnlai, Comitato di liberazione Alta Italia, cioè da Luigi Longo per il Pci, da Sandro Pertini per il Psi e da Leo Valiani per il Partito d'azione. Del resto lo stesso Palmiro Togliatti aveva dichiarato alla radio che non era necessario alcun processo, bastava la sola identificazione. Furono interpellati i partigiani più carismatici, ma tutti rifiutarono l'ingrato compito: Italo Pietra, che nel dopoguerra diventerà direttore del Giorno, era uno di loro.
La scelta di far fuori Mussolini, l'amante e gli altri gerarchi fascisti alla fine cadde su Audisio, che come rappresentante della polizia militare nel Cnlai non poteva sottrarsi all'incarico».

Stando alla «vulgata», come andarono i fatti?
«Mussolini è catturato a Dongo alle 15.30 del 27 aprile dalla 52ª brigata Garibaldi. Il comandante Pier Luigi Bellini delle Stelle, detto Pedro, un monarchico, d'accordo col generale Raffaele Cadorna, figlio di tanto padre e comandante dei Volontari della libertà, vorrebbe consegnarlo agli Alleati. Ma nella notte arriva il cinico contrordine dello stesso Cadorna, che s'è piegato alla sentenza dei comunisti: "Fate fuori lui e la sua ganza".

Il Duce e la Petacci vengono portati a Bonzanigo, nel cascinale dei contadini Giacomo e Lia De Maria. Due partigiani restano di guardia. Alle 14 del 28 aprile da Milano arriva Audisio, che alle 16.20 procede all'esecuzione in assenza di testimoni.

Prima incongruenza: perché gli altri 15 gerarchi furono invece allineati sul lungolago di Dongo e fucilati alla schiena davanti alla folla? Il dittatore non meritava forse più di loro il pubblico ludibrio? Audisio dipinge quella dei De Maria come "una casetta incastonata tra i monti". Assurdo: era la più grande costruzione di Bonzanigo, ben visibile da lontano. E confonde le strade in salita con quelle in discesa. Conclusione: lì non c'è mai stato e s'è pure fatto descrivere male i luoghi».

Lei che cosa ipotizza?
«Sono partito dagli abiti che il Duce indossava al momento della fucilazione: camicia nera, divisa da caporale d'onore della Milizia senza gradi, pastrano grigioverde. Così lo si vede anche nel film "Mussolini ultimo atto" di Carlo Lizzani. Il regista si servì della consulenza di partigiani comunisti, quindi devo credergli. Ebbene, il cadavere scaricato a Milano, a piazzale Loreto, aveva invece un giaccone di foggia borghese con maniche raglan. Mancava la giacca della Milizia: perché? Non solo: pantaloni, camicia e giaccone erano intatti, privi dei fori delle pallottole, a differenza della sottostante maglia della salute e dei mutandoni di flanella, insanguinati e bucati. Un controsenso».


Da che cosa ha dedotto l'assenza di fori?

«Dalle foto eseguite a piazzale Loreto e all'obitorio. Il professor Giovanni Pierucci, ordinario di medicina legale a Pavia, le ha analizzate con la tecnica digitalizzata dell'arricchimento dell'immagine. Questo porta a concludere che Mussolini sia stato ucciso nella casa dei De Maria mentre era in déshabillé, con colpi sparati a non più di 30-40 centimetri di distanza. Il che avvalora la testimonianza di Dorina Mazzola».


Chi è Dorina Mazzola?
«Una signora, oggi defunta, che abitava a 300 metri dalla cascina. All'epoca dei fatti aveva 19 anni. A Giorgio Pisanò, che la scovò nel 1996, raccontò che la mattina del 28 aprile sentì urlare Lia De Maria: "Non si fanno queste cose in casa mia!". Udì due spari. Poi vide un uomo calvo trascinato da due partigiani che lo afferravano per le ascelle e una donna che cercava di trattenerlo per i piedi, piangendo: "Che cosa vi hanno fatto, come vi hanno ridotto...".

Prima d'essere freddata a sua volta, la poveretta riuscì a strappargli lo stivale destro. La Mazzola non poteva sapere che si trattava di Mussolini e della Petacci. Ne deduco che il Duce venne ucciso in maglietta e mutandoni. A due-tre ore da una morte violenta subentra la rigidità catalettica, una "lignea statuarietà" scrisse il dottor Aldo Alessiani, medico legale perito del tribunale di Roma, insomma la salma diventa dura come il baccalà e rimane tale per 24-36 ore. Ecco perché fu rivestita con un giaccone dalle maniche raglan, molto ampie, che poteva essere facilmente maneggiato anche da chi non aveva familiarità con la vestizione di cadaveri. La giacca della divisa con le maniche a tubo era più difficile da far indossare».

Diamo invece per buona la versione di Audisio.
«Se Mussolini fosse stato fucilato alle 16.20 del 28 aprile, fino al tardo pomeriggio del giorno seguente la salma sarebbe apparsa irrigidita. Invece Alessiani notò che era rilasciata e ne arguì che il dittatore doveva essere morto intorno alle 5.30. E si soffermò in particolare sul "lubrico braccetto": alle 14.30 del 29 aprile fu scattata all'obitorio una fotografia in cui i partigiani intrecciarono il braccio sinistro della Petacci col braccio destro del Duce, come se i due cadaveri stessero andando a spasso. Le teste delle vittime erano ciondolanti, tanto da dover essere sorrette. Una turpe messinscena incompatibile col rigor mortis».


E il sensitivo Athos Agostini che cosa c'entra in tutto questo?
«Innanzitutto non si tratta di un medium, ma di uno stimato commerciante. Non evoca gli spiriti: vive queste esperienze contro la sua volontà. Mi ha cercato dopo aver letto un mio articolo sul mensile "Storia del Novecento". Non aveva mai raccontato a nessuno quello che gli era capitato. Una notte di settembre del 1975, o del1976, mentre con la moglie e la figlia era in vacanza all'hotel Du Lac di Varenna, sul lago di Como, gli apparve in camera un uomo con le sembianze di Mussolini.

Questa figura evanescente gli raccontò che cosa accadde all'alba del 28 aprile 1945. Claretta, mestruata, si allontanò per andare in una rustica toilette posta nel cortile di casa De Maria. Si tolse le mutandine sporche di sangue, il che giustificherebbe la mancanza dell'indumento intimo sulla salma oltraggiata a piazzale Loreto. Il Duce approfittò di quel frangente per estrarre dal dente la capsula di cianuro e romperla fra i molari, ma il veleno non sortì all'istante l'effetto sperato. Al suo rientro incamera, vedendo Mussolini con la bava alla bocca e convulsivante, esiti tipici dell'acido cianidrico, Claretta si mise a urlare. Sopraggiunse uno dei partigiani di guardia, Giuseppe Frangi, detto Lino, che sparò al moribondo».

Ammetterà che gli spiriti non possono entrare nella storiografia.
«Lo ammetto eccome. Ma il signor Agostini sostiene anche d'aver visto nel 1999, o nel 2000 o nel 2001, su Raitre, a tarda sera, un documentario in cui un medico statunitense parlava delle tracce di cianuro trovate nel cervello del Duce. Oggi non ricorda il nome del programma. A quel tempo Agostini scrisse alla Rai per ottenere la videocassetta. Non gli fu consegnata. Allora diede incarico all'avvocato Riccardo Dellepiane di ripetere la richiesta: nessun esito.

Poiché l'unica copia di quella lettera fu poi consegnata dal legale al suo cliente, che l'ha smarrita durante un trasloco, sono stato autorizzato da entrambi a recuperare dalla Rai l'originale, in modo da risalire al titolo della trasmissione. Francesca Cadin del servizio Teche ha risposto che le missive dei privati non vengono protocollate e finiscono nell'archivio cartaceo di Pomezia: 600 metri quadrati di scartoffie. Impossibile ritrovarla».

Nel 1999 il professor Pier Gildo Bianchi, l'anatomopatologo che esaminò il cervello di Mussolini, mi disse che non ci trovò niente di strano: «Era il normalissimo encefalo di un sessantenne». E i relativi vetrini molti anni dopo furono gettati per sbaglio nella spazzatura da un necroforo dell'obitorio.
«Sì, ma è anche vero che il dottor Calvin Drayer, maggiore medico e consulente psichiatra, chiese a nome del direttore generale di sanità dell'esercito Usa un campione di tessuto cerebrale del Duce. Due pezzi di cervello vennero spediti a Washington: uno al dottor Winfred Overholser, direttore dell'ospedale psichiatrico Santa Elisabetta, e uno al dottor Webb Haymaker dell'Army institute of pathology, oggi Walter Reed Army medical center.

La relazione ufficiale del primo esame non è mai stata resa nota; quella del secondo venne diffusa solamente nel 1966 per precisare che non c'erano tracce di malattie che spiegassero "il perché Mussolini si comportò in un certo modo dittatoriale", cioè tracce di sifilide, era questo che sospettavano gli americani. Ho consultato entrambi gli istituti: il primo mi ha replicato che non furono trovate prove di intossicazione acuta da acido cianidrico; il secondo ha negato che nei propri archivi vi siano referti di indagini autoptiche sul cervello del Duce. Curioso no?».

Perché i De Maria, a distanza di anni, non avrebbero dovuto raccontare la verità su ciò che avvenne nella loro casa di Bonzanigo?
«È la stessa domanda che ho posto due mesi fa alla vedova di Giovanni De Maria, l'ultimo dei due figli della coppia. Mi ha risposto: "Guardi, professore, il mio Giovanni in tanti anni di matrimonio non ha detto nulla neppure a me". Come se fosse minacciato».

Lei ha parlato anche con Elena Curti, figlia naturale del Duce.
«Un'anziana lucidissima. Sua madre, Angela Cucciati Curti, la ebbe da Mussolini dopo la separazione dal marito. Durante la Repubblica sociale, Elena era stata messa dal padre a lavorare nella segreteria di Alessandro Pavolini. Mi ha detto: "La mattina del 28 fui portata nella caserma dei carabinieri a Dongo. Entrò il partigiano Osvaldo Gobbetti, che mi apostrofò in questo modo: "Ti abbiamo ammazzato il tuo Duce. Aveva cercato di suicidarsi, ma noi l'abbiamo trascinato fuori e fucilato".

La Curti mi ha anche riferito che suo padre era terrorizzato dall'idea di finire vivo nelle mani degli angloamericani. Temeva che lo esponessero dentro una gabbia a Madison Square, come un animale. Questo dimostra che fu padrone della sua vita fino in fondo. Una versione che, dal punto di vista della destra, attesterebbe la grandezza di Mussolini».

Grandezza? A me il suicidio pare un atto di codardia.
«Concordo. Fu un gesto di egoismo che va a discredito di Mussolini. In questo modo sapeva di condannare a morte la Petacci. Mai e poi mai i partigiani avrebbero lasciato viva la testimone di un evento tanto scomodo».

giovedì 18 dicembre 2008

LA LEGISLAZIONE SOCIALE DEL FASCISMO






di Michelangelo Ingrassia






Di ritorno in patria da un viaggio in Europa l'intellettuale sovietico I. E. Babel', in una conferenza tenuta a Mosca alla presenza di un gruppo di scrittori russi, osservava che "in Italia c'è un fascismo estremamente interessante. Esso è degno d'attenzione", ed aggiungeva: "L'aristocrazia italiana si è schierata contro Mussolini (...) credono che Mussolini porterà tranquillamente la nazione italiana ad una particolare forma di comunismo senza dover superare le difficoltà e subire gli scossoni come è capitato a noi". E' un traccia che suggerisce, a chi vuole addentrarsi nelle terre poco frequentate di quel fascismo immenso e rosso esplorate finora solo dal coraggioso Giano Accame, da Giuseppe Parlato e da pochi altri pionieri, due piste da seguire: i rapporti tra l'Italia fascista e la Russia comunista, e la politica sociale del fascismo. Ci addentreremo un'altra volta nei meandri del dialogo a distanza fra l'Italia di Mussolini e la Russia di Stalin, fermiamoci per adesso a visitare il campo della legislazione sociale fascista.
Inutile dire che, in proposito, la storiografia ufficiale si è concentrata esclusivamente (tranne poche lodevoli eccezioni) sulla Carta del Lavoro ignorando ingiustamente tutto il resto. Promulgata nell'aprile 1927 come base dell'ordinamento corporativo dello Stato fascista e contenente delle Dichiarazioni di principi generali in materia di organizzazione corporativa, di uffici di collocamento, e di previdenza, assistenza, educazione ed istruzione, con quella Carta il fascismo si proponeva di portare il lavoro al centro dello Stato. Gran parte degli storici, però, hanno frettolosamente processato e condannato le intenzioni del fascismo imputando al Regime di avere aspettato addirittura il 1942 per tradurre in norme legislative, nell'appena emanato Codice Civile, quei principi morali e politici fissati dalla Carta nel 1927. Questo processo sommario alle intenzioni ha scaraventato nelle foibe della storia tutta la politica sociale del fascismo ed ha oscurato quelle affinità elettive tra la Carta del Lavoro e la Costituzione che lasciano intravedere una contiguità teorica tra la cultura sociale dell'Italia fascista e la cultura sociale dell'Italia repubblicana sul terreno del lavoro: si pensi, per esempio, al "dovere sociale" del lavoro contenuto nella Dichiarazione II e al "dovere di svolgere un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società" richiamato dall'art. 4 della Costituzione; ed ancora alla enunciazione della III Dichiarazione che afferma che "l'organizzazione sindacale o professionale è libera", simile alla proposizione iniziale dell'art. 39 della Costituzione.
Ma la storia della legislazione sociale fascista non si esaurisce con la Carta del Lavoro. Essa comincia ben prima del 1927 e, in parte, prosegue oltre la fine del fascismo.
Già nel 1923 con il Regio Decreto-Legge n. 692, per esempio, si limitò ad otto ore al giorno (o 48 settimanali) la durata massima della giornata di lavoro di operai ed impiegati; del resto Mussolini nel 1921, pronunciando alla Camera il suo primo discorso da deputato, aveva detto rivolto ai socialisti: "quando voi presenterete il disegno di legge delle otto ore di lavoro, noi voteremo a favore (...) e voteremo anzi a favore di tutte le misure e dei provvedimenti che siano destinati a perfezionare la nostra legislazione sociale".
Ancora il 21 dicembre 1923 venne siglato a Palazzo Chigi, alla presenza del duce, un accordo fra i rappresentanti del sindacalismo fascista e quelli delle categorie industriali che avrebbe dovuto inaugurare una nuova fase di collaborazione sociale fra capitale e lavoro. Patto che però le categorie padronali più volte infransero tanto che, il 23 gennaio 1925, il Gran Consiglio del Fascismo denunciò con una mozione il mancato rispetto dell'accordo da parte di alcuni gruppi di datori di lavoro. In particolare vennero disattesi dagli industriali gli impegni presi circa l'aumento dei salari che, anzi, diminuirono. Scese in campo anche il sindacato fascista con una prima ondata di scioperi nell'estate del 1924 e con una seconda, durissima, nel 1925: particolarmente significativo lo sciopero dei metallurgici di Brescia condotto nel mese di marzo da Augusto Turati, uno degli uomini migliori del primo fascismo e segretario del partito dal 1926 al 1930.
Risolta la questione salariale un'altro forte contrasto si ebbe tra datori di lavoro e sindacati fascisti alla fine del 1925. Il Regime si apprestava ad istituire la Magistratura del Lavoro contro la volontà degli industriali. Questi, sostenuti dal Guardasigilli Alfredo Rocco (ex nazionalista), proponevano di sottoporre al nuovo istituto i soli ceti rurali. Ma Mussolini, pressato dal Sindacato, si oppose e gli industriali dovettero cedere.
Si arrivò così alla legge 3 aprile 1926 n. 563 sulla Disciplina giuridica dei rapporti collettivi del lavoro. Questa legge, oltre a costituire la Magistratura del lavoro, resta fondamentale su due punti: sanciva il divieto di sciopero e di serrata, estendeva a tutti i rapporti di lavoro i contratti collettivi; di questi due punti "il primo era a vantaggio degli industriali - scrive Giampiero Carocci - il secondo a vantaggio degli operai". Con il secondo punto, infatti, veniva finalmente risolto il problema dell'efficacia generale dei contratti: d'ora in poi i contratti collettivi stipulati fra le associazioni datoriali ed i sindacati avrebbero avuto efficacia generale, erga omnes; i contratti collettivi, insomma, mantenevano la veste formale dei contratti ma avevano la portata di una legge, valida per tutti, che prevaleva dunque sulle clausole difformi dei contratti individuali, a meno che questi ultimi non contenessero disposizioni più favorevoli ai lavoratori. Scrive in proposito il giurista Pietro Rescigno che il risultato pratico raggiunto dal regime fascista, vale a dire la generale efficacia dei contratti collettivi, "appariva ancora, negli anni in cui fu scritta la Carta costituzionale, un risultato di notevole valore pratico per i lavoratori"; ed infatti il principio dell'efficacia generale dei contratti collettivi sancito dall'Italia fascista venne fatto proprio dall'Italia repubblicana con la formulazione dell'art. 39 della Costituzione che all'ultimo comma prevede che i sindacati "possono ... stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce".
Alla legislazione fascista si deve anche la costituzione, nel 1933, dell'Inps (ed intanto era già stata istituita, con l'Inpgi, la previdenza per i giornalisti) e di altri organismi come l'Opera Nazionale Dopolavoro e l'Opera Nazionale Maternità ed Infanzia. Ma va ricordata anche la Legge 22 febbraio 1934 n. 370 sul riposo domenicale e settimanale, la Legge 26 aprile 1934 n. 653 sulla tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli, la Legge 23 dicembre 1937 n. 2387 sul congedo straordinario agli impiegati per contrarre matrimonio, la Legge 10 giugno 1940 n. 653 (attenzione alla data: è quella dell'entrata in guerra dell'Italia) contenente norme sulla conservazione del posto per i lavoratori chiamati alle armi, il Contratto Collettivo Nazionale per il regolamento della previdenza a favore dei viaggiatori e piazzisti dipendenti da aziende industriali siglato il 13 gennaio 1941. Nè vanno dimenticate tutte quelle norme del Codice Civile del 1942, tuttora valide, che sulla scia della Carta del Lavoro disciplinano il compenso per il lavoro notturno e straordinario, il periodo di riposo, l'indennità di anzianità, il cottimo e così via.
Non ci si deve meravigliare se parte della legislazione sociale fascista sia diventata patrimonio dell'Italia repubblicana, del resto la politica sociale ed economica del fascismo stimolò un certo interesse nel mondo antifascista, basti pensare a Pietro Nenni che nel 1933 scriveva: "Tra il capitalismo allo stato puro e il socialismo abbiamo tutta una serie di esperienze intermedie. Abbiamo il bolscevismo, di fronte al quale la nostra opposizione sul piano politico deve restare intera ... e poi abbiamo il New Deal che può sfociare tanto nel capitalismo di stato che nel fascismo, ma che applica sin da ora metodi che sono mutuati dalla mentalità del socialismo ... Tanto in Russia quanto in Germania e in Italia noi assistiamo ad esperienze di diversa portata con possibilità enormi di azione". Ed ancora nel 1966 Gino Giugni, il padre dello Statuto dei Lavoratori, nella sua prefazione alla Storia del Movimento Sindacale in Italia di Daniel Horowitz, osservava a proposito del periodo corporativo che "l'esperienza del ventennio ha avuto riflessi sensibili sul piano delle strutture istituzionali, ed ha influito non poco sulla prassi di contrattazione, anche successiva al fascismo".
C'è, insomma, una terra di mezzo sociale condivisa da fascismo ed antifascismo e che in qualche modo si è salvata dalle distruzioni della seconda guerra mondiale. Bisogna trovare il coraggio di liberarla dalle macerie delle devastazioni dei pregiudizi ideologici ora che la globalizzazione sta accendendo una nuova dialettica tra capitale e lavoro ridisegnando la geografia politica nazionale ed europea. Lo storico Giampiero Carocci ha sottolineato che "uno dei caratteri peculiari del fascismo rispetto agli altri regimi reazionari fu quello di avere una sua componente sindacalista ed una sua base di massa". Tutto questo non può restare ancora nella penombra, nè può essere rinnegato. La legislazione sociale fascista era animata dallo spirito di collaborazione fra capitale e lavoro, una collaborazione che rispondeva alla doppia esigenza di immettere le masse nello Stato e di trasformare il lavoro da oggetto a soggetto dell'economia. Erano, questi, problemi già affrontati dal pensiero politico antigiolittiano e che il fascismo cercò di risolvere fermandosi però a metà del guado. Oggi possiamo dire che il problema della democrazia politica è stato definitivamente risolto, e su questo punto l'esperienza storica del fascismo-regime è stata negativa e non ha più nulla da dire. Resta però insoluto, nel nostro tempo, il problema della democrazia economica: qui forse il fascismo-movimento, come fenomeno storico, ha ancora possibilità enormi di azioni da offrire se solo si abbattesse il muro delle pregiudiziali ideologiche. Una forma di collaborazione fra capitale e lavoro diretta al raggiungimento della democrazia economica risiede nel principio, teorizzato dal fascismo, della rappresentanza del lavoro affidata ad una delle due camere del Parlamento. E' vero che il regime non ne fece nulla, ma ciò non intacca la validità attuale di quel principio perchè di fronte alla globalizzazione la dialettica fra capitale e lavoro non può restare un fatto esclusivamente economico ma deve trovare un luogo di confronto anche politico.
Un'altro principio che potrebbe agevolare la collaborazione fra capitale e lavoro è quello della cogestione, che pure il fascismo del 1919 individuò e che il governo Giolitti del 1921 tentò inutilmente di progettare. A differenza di ciò che è accaduto in Francia ed in Germania nel secondo dopoguerra, la cogestione è rimasta estranea al nostro sistema anche se il leader della Cgil Giuseppe Di Vittorio, nel 1947, ne elogiava gli aspetti positivi e dinamici. Due appositi disegni di legge predisposti nel 1946 fallirono per l'opposizione degli ambienti industriali. Intanto nella Costituzione veniva posta la norma che "riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende"; è il famoso art. 46 disatteso perchè il padronato ha sempre preferito gestire direttamente le aziende. Ma l'art. 46 ha un precedente nel Decreto 12 febbraio 1944 n. 375 emanato dal governo della Repubblica Sociale Italiana, con il quale si dichiaravano socializzate le imprese di grande dimensione. Scrive Rescigno che il decreto fascista sulla cogestione rimane, "mancati gli interventi legislativi nella storia della legislazione italiana, il solo documento che abbia superato lo stadio di progetto". Ricompare, così, all'orizzonte quella terra di mezzo sociale popolata da elementi sociali fascisti e da elementi sociali antifascisti, nella quale convivono e si contaminano aspetti della legislazione sociale dell'Italia fascista ed aspetti della legislazione sociale dell'Italia repubblicana. La storia ci sprona a guardare finalmente avanti verso quell'orizzonte, lasciando ad essa le colpe gli errori e le incomprensioni del passato. Se la sfida del nostro tempo è quella di portare il lavoro al centro della globalizzazione, allora è necessario mettere in forma tutte le energie latenti e sopite della nostra storia sociale e guardare sotto una luce nuova le legislazioni sociali del passato, a cominciare da quella firmata da Mussolini, nato socialista e vissuto fascista in quella terra di mezzo sociale alla ricerca di una sintesi difficile ma non impossibile.


PUBBLICATO SU: STORIA DEL NOVECENTO, N. 28, MAGGIO 2003

mercoledì 10 dicembre 2008

Il sangue e la celtica

Il sangue e la celtica

Gli stragisti, gli infiltrati e gli incastrati. Le vittime e i carnefici, i picchiatori e i picchiati. I leader e i gregari. Tutti i "fratelli d'armi" della galassia neofascista. Nella storia più nera d'Italia.
2008pp. 504€ 18,00

"Vendicare piazzale Loreto": la storia del neofascismo armato comincia così, con la missione (fallita) per uccidere l'assassino del Duce. Dall'immediato dopoguerra fino agli anni Settanta si affacceranno nuove generazioni di estremisti, si assisterà a scissioni, deviazioni, processi e regolamenti di conti. A destra non c'è una rivoluzione da preparare, ma presto, per centinaia di militanti, la violenza diventerà l'unica via praticabile. Violenza d'attacco per costruire un nuovo ordine attraverso il caos (e forse qualcosa di più tragico), e di difesa, per garantirsi il diritto a esistere. Nicola Rao ha ricostruito misteri e retroscena del terrorismo nero, consultando migliaia di carte processuali, articoli dell'epoca e libri. Ma soprattutto ha ascoltato decine di testimoni e protagonisti, raccogliendo rivelazioni inedite, spesso clamorose, sulle stragi e sui tentati golpe. È un viaggio nel profondo della galassia nera che nessuno aveva tentato prima. Parafrasando le parole del fotografo Robert Capa: non esistono storie belle o brutte, ci sono soltanto storie raccontate da più o meno vicino.

venerdì 28 novembre 2008

POVERI COMUNISTI: OGGI SCOPRONO CHE GRAMSCI RICEVETTE SACRAMENTI IN PUNTO DI MORTE



POVERI COMUNISTI: IERI FUORI DAL PARLAMENTO, OGGI SCOPRONO CHE GRAMSCI RICEVETTE SACRAMENTI IN PUNTO DI MORTE – “VOLLE BACIARE l’IMMAGINE DI GESù BAMBINO” – VACCA: “NESSUNA EVIDENZA DA DOCUMENTI”…
1 - CHIESA: MONS. DE MAGISTRIS, GRAMSCI RICEVETTE SACRAMENTI IN PUNTO DI MORTE...
(Adnkronos) - Il fondatore del Partito comunista italiano, Antonio Gramsci, ricevette i sacramenti prima di morire, nel 1937. A dirlo e' stato mons. Luigi De Magistris, pro-penitenziere maggiore emerito, nel corso della presentazione del primo Catalogo internazionale dei santini ospitata nella Sala Marconi della Radio Vaticana.

'Il mio conterraneo Gramsci - ha detto mons. De Magistris - aveva nella sua stanza l'immagine di Santa Teresa del Bambino Gesu'. Durante la sua ultima malattia, le suore della clinica dove era ricoverato portavano ai malati l'immagine di Gesu' Bambino da baciare. Non la portarono a Gramsci. Lui disse: 'Perche' non me l'avete portato?' Gli portarono allora l'immagine di Gesu' Bambino e Gramsci la bacio'. Gramsci e' morto con i Sacramenti, e' tornato alla fede della sua infanzia. La misericordia di Dio santamente ci 'perseguita'. Il Signore non si rassegna a perderci'.
2 - GRAMSCI: VACCA, DA FONTI D'ARCHIVIO NON RISULTA CONVERSIONE...(ANSA) - 'I documenti editi e inediti sulle ultime ore e sulla morte di Antonio Gramsci sono tanti e da nessuno di questi emerge la tesi della sua conversione: ovviamente non sarebbe uno scandalo, ne' cambierebbe alcun che'. Dico solo, semplicemente, che si tratta di un fatto che non trova alcun riscontro documentato'. Beppe Vacca, filosofo, ex parlamentare comunista e presidente della Fondazione Istituto Gramsci, commenta cosi' la tesi sostenuta da mons. Luigi De Magistris, propenitenziere emerito del Vaticano e conterraneo di Gramsci, secondo cui il fondatore del Pci, in punto di morte trovo' la fede e ricevette i sacramenti cristiani.

'Ci sono alcune lettere di Tania a Sraffa che descrivono dettagliatamente gli ultimi giorni di malattia e la morte di Gramsci in cui non troviamo nulla al riguardo. Non ne parla nemmeno una del fratello Carlo a Togliatti, in cui si legge della volonta' di Gramsci di essere cremato. Cosa che inizialmente trovo' qualche ostacolo perche' non era credente e perche' il regime fascista temeva manifestazioni di piazza, essendo la vigilia del primo maggio. Documenti di polizia non fanno alcun cenno di un suo avvicinamento alla fede, in piu' - prosegue Vacca - ci sono alcune lettere, ancora inedite perche' raccolte da poco tempo, in cui Tatiana scrive con grande regolarita' ai familiari sugli ultimi giorni di Gramsci. Si tratta di confidenze strettamente familiari in cui sarebbe emersa una notizia di tale portata'.
Vacca, ad ogni modo, evita con cura di aprire alcun fronte polemico con il monsignore: 'Non conosco De Magistris. Ricordo solo che non e' la prima volta che ne sento parlare. Gia' in passato, 30 o 40 anni dopo la morte di Gramsci, un'anziana suora riferi' di una sua conversione. Ripeto, non vi troverei nulla di scandaloso. Dico solo che dalle fonti d'archivio, dai tanti documenti a disposizione degli studiosi e da alcune lettere ancora inedite, tutto cio' non trova alcun riscontro'.

domenica 9 novembre 2008

VI SVELIAMO CHI E QUALI INTERESSI ‘RAPPRESENTA’ DAVVERO BARACK HUSSEIN OBAMA






Da Dagospia.com





VI SVELIAMO CHI E QUALI INTERESSI ‘RAPPRESENTA’ DAVVERO BARACK HUSSEIN OBAMA - CHI HA SCUCITO 700 MLN $ PER ELEGGERLO - ISRAELE SEGÒ HILLARY - CHI È RAHM EMANUEL - (DEDICATO ALLE ANIME BELLE CHE SPARANO ROMANTICHE CAZZATE SUL NUOVO ‘MESSIA NERO’)




1 - CHI E QUALI INTERESSI ‘RAPPRESENTA' - DAVVERO - IL 47ESIMO PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI



Oggi è domenica, il giorno del Signore, e Dagospia è buono e vuol salvare le anime belle in servizio permanente effettivo dello Stivale - tanto per non fare i nomi, da Veltroni a tutta la stampa bipartisan dei Barack-ati - svelando non la solita pippa tenere e romantica di chi è Barack Hussein Obama bensì la cosa più importante per noi sudditi dell'Impero: chi e quali interessi ‘rappresenta' - davvero - il 44esimo presidente degli Stati Uniti.

1 - OBAMA RICOPERTO D'ORO



Obama è in assoluto il personaggio della politica americana che ha raccolto il maggior numero di finanziamenti per la sua campagna elettorale: oltre 700 milioni di dollari. Una sommetta, ai prezzi attuali e dissestati della Borsa, che permetterebbe di acquisire 4/5 aziende medio-grandi d'Italia. Non basta: a parità di potere di acquisto, 700 milioni $ più spiccioli sono praticamente il doppio della cifra che raccolse John F. Kennedy negli anni Sessanta, che fu considerata il record dei record. Mica è finita: quale candidato si è mai permesso di pagarsi il lusso di 30-minuti-30 di spot elettorale sui tre maggiori network americani nell'orario di maggior ascolto? Bianco o nero, nessuno.




2 - IL FATTORE ISRAELE CHE SEGÒ HILLARY E L'ARRIVO DI EMANUEL



Ora è lampante e lampeggiante l'appoggio massiccio dei poteri forti della finanza Usa. In particolare della grande finanza ebraica di New York, che è quella che ha davvero segato le ambizioni da "Lei non sa chi sono io!" della signora Hillary Clinton, rea di essere troppo indipendente dagli interessi di Israele.
Tant'è che la prima scelta del neo eletto Obama è stato Rahm Emanuel, un capo di gabinetto non solo ebreo ma ebreo-militante, figlio di un membro della causa Laganà, il gruppo terroristico degli ultrà comandati da Begin, autore dell'attentato all'Hotel King David di Gerusalemme in cui morirono una cinquantina di moglie e figli degli ufficiali britannici di stanza in Palestina. Un ‘simpatico' messaggio per dire a Londra: dovete lasciare la nostra terra.
A proposito di Emanuel. È un tipino fino - ha svelato ieri l'Abc news - che era nel consiglio di amministrazione della Freddie Mac, il famigerato istituto di mutui, un'impresa privata con supporto governativo, coinvolto in uno scandalo per aver falsificato i rendimenti ingannando gli investitori tra il 2000 e il 2002, quindi salvata e commissariata da Bush.




3 - IL ‘MAVERICK" DI MCCAIN, L'INESPERTO OBAMA



Basta fare un giro per i palazzi che contano di Washington per percepire la grande soddisfazione del trionfo di Obama. John McCain era ed è considerato un "maverick", un tipo "bizzarro" ed anche pericoloso perché veramente indipendente. L'inesperto Obama è invece la ciliegina sulla torta per chi controlla/gestisce le scelte internazionali dell'unica e sola superpotenza - la Cina, se mai raggiungerà il livello Usa, lo sarà fra un secolo, mentre la Russia è ridotta a una cricca di affaristi con tendenza al ricatto per ottenere qualche rublo in più dalla vendita di gas e petrolio.




4 - SOTTO LA SPINA DORSALE DEI POTERI FORTI



Ma chi rappresenta il vero establishment ("the backbones", "la spina dorsale" del Paese, come dicono gli analisti americani)? La finanza e le banche, alcuni settori dell'industria dell'energia e delle nuove tecnologie (tutti settori vicini al potentissimo, con tanto di grembiulino, John D. Podesta), un pezzo della Cia e soprattutto gli ambienti intorno all'Fbi che sono i veri sacerdoti degli interessi Usa.

Ebbene, questo brillante ‘formazione' vede in Obama una grande opportunità per conquistare all'Impero aree di influenza dello scacchiere mondiale che la disastrosa presidenza di Bush aveva seriamente compromesso. In primis, i mercati emergenti dell'Africa, dell'Asia e di gran parte dell'Europa occidentale.

5 - BARACK E BURATTINI (E BURATTINAI)



Insomma, care anime belle d'Italia, l'"alba del nuovo giorno", il "dream re-loaded di Martin Luther King", il ‘Messia che scende in terra per portare pace e amore agli uomini di buona volontà' (vedi subito le dichiarazioni scodellate un'ora dopo il voto contro l'Iran per l'eventuale costruzione della bomba atomica), il "cambiamento", se ci sarà, sarà solo di facciata: questi comandano e continueranno a comandare anche se faranno un po' più di ammuina verso quel baraccone inutile dell'Onu. Quello che è certo è che la politica internazionale americana sarà notevolmente rafforzata. Le differenze con gli anni di Bush ci saranno soprattutto in politica interna.

martedì 4 novembre 2008

Così la celtica arrivò in Italia negli anni '60



di Luigi G. de Anna per il Secolo d'Italia




Qualche sera fa, alla trasmissione Porta a porta, è stata riportata la notizia di un progettato attentato alla vita di Barack Obama da parte di due neonazisti statunitensi. Trattandosi di un flash dell’ultima ora Bruno Vespa è dovuto ricorrere a immagini di repertorio, e tra queste sono stati mostrati dei tatuaggi raffiguranti croci celtiche, certamente non appartenenti ai due supposti attentatori, visto che di loro non si sapeva ancora nulla. La scelta della croce celtica come simbolo del più bieco e pericoloso neonazismo mi ha colpito e, lo confesso, infastidito molto. Io, d’altronde, per alcuni anni ho portato al collo la croce celtica. All’epoca non volevo certo imitare il sindaco Alemanno, visto che l’avevo acquistata a Hälsingborg nel lontano 1967 in occasione del mio primo viaggio in Svezia. Non la porto più, ma per il semplice fatto che l’ho perduta da tempo, lo dico a scanso di, improbabili, interviste televisive. A quella croce ero affezionato. E non solo in conseguenza di quel tipo di legame, quasi di fedeltà totemica, che a volte ci lega agli oggetti, ma perché aveva rappresentato, come simbolo, una parte importante della mia gioventù e del mio immaginario generazionale, legati per buona parte alla militanza in Giovane Europa, l’organizzazione giovanile fondata dal belga Jean Thiriart, introdotta in Italia nel 1963. Ad essa, qualche anno più tardi, tra i tanti, aderì a Firenze un gruppo di giovani, provenienti dal Msi. Quel partito oramai ci stava stretto, eravamo una generazione che cominciava a guardare a più ampie prospettive, quelle europee, e a più ampie intese politiche, che andavano, sempre in politica estera, ma poi il discorso si allargò a quella interna, al di là dei vecchi schieramenti da guerra fredda.
Non intendo ora ripercorrere la storia di questo movimento, su cui non molto è stato scritto, ma sul quale presto dovrebbe uscire una monografia ben documentata curata da Giovanni Tarantino, un giovane studioso e giornalista palermitano. Volevo solo ricor dare come e perché introducemmo la croce celtica in Italia. È infatti generalmente accettato che questo simbolo sia stato introdotto nella semantica politica proprio da Giovane Europa. Lo scopo era semplice e per noi militanti evidente: allontanarsi dalla lugubre e bellicosa simbologia neofascista e neonazista. Giovane Europa infatti, pur nascendo dalla costola di un movimento della destra radicale, Giovane Nazione, si proponeva come sintesi di nuove prospettive politiche in un’Europa che avvertiva l’indebolimento delle logiche della guerra fredda, permettendo nuove intese e nuove alleanze, che, in nome di una Europa nazione, avrebbero potuto far uscire la destra, e, si sperava, anche la sinistra, dalla logica dei blocchi contrapposti e della reciproca demonizzazione. Ma per fare questo, era necessario liberarsi di una eredità neofascista che nel Msi era ancora viva e operante, come da quella neonazista, eredità che avevano contraddistinto in Europa altri movimenti nati dalle costole di esperienze politico-ideologiche che affondavano le proprie radici negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale. L’abbandono – e il superamento – dei toni radicali di estrema destra doveva quindi passare anche per l’adozione di un simbolo che fosse nuovo nel vasto repertorio dell’iconografia politica della destra, già ricca di croci di vario tipo e di versioni più o meno fantasiose di “signa” che rimandavano a eredità iperboree, indoeuropee o simili. La croce celtica, a dire il vero, esisteva già da secoli se non da millenni; simbolo tradizionale che riproduceva l’eterno ritorno del sole, era stato ereditato dal cristianesimo irlandese che decorerà chiese e cimiteri con la croce iscritta nel cerchio.
Come ha fatto giustamente notare Gianni Alemanno nella sua difesa della propria croce celtica, il rimando al cristianesimo, prima ancora che al paganesimo dal quale essa indubbiamente proveniva, era evidente e per noi direi davvero condizionante. Voglio dire di “noi” giovani europei fiorentini, cresciuti culturalmente in quel cenacolo di giovani e meno giovani che si riuniva intorno ad Attilio Mordini, morto prematuramente nel 1966. Mordini, che aveva combattuto durante gli ultimi anni della seconda guerra mondiale, era uno dei maggiori esponenti del cattolicesimo tradizionalista italiano. E il nostro gruppo di amici, mi permetto di citare Franco Cardini, Marco Barsacchi, Amerino Griffini, Francesco Ruocco, Guglielmo Fran cois, Alfio Krancic, Franco Petrone, Luca Bressan, cui si aggiungeranno più tardi altri provenienti dall’esperienza di Ordine Nuovo, come Massimo Marletta, era dunque cresciuto a diretto contatto con Mordini (foto a destra) o comunque ne aveva subito la lezione intellettuale. Ecco come il cattolicesimo era rimasto condizionante, almeno nel nostro gruppo fiorentino (in altre parti d’Italia Giovane Europa seguì differenti itinerari di filiazione politico-culturale), ed ecco come la croce celtica diventò per noi il simbolo perfetto del nuovo europeismo. Come mi ha recentemente ricordato Amerino Griffini, in occasione del primo incontro a Firenze tra Mordini e Jean Thiriart, il fiorentino chiese al belga il perché della scelta di quel simbolo per il nuovo movimento transnazionale. E Thiriart, e non era una semplice boutade, disse che era facile da tracciare sui muri. Mordini replicò che in fin dei conti non era importante essere coscienti dell’uso dei simboli... In effetti questa commistione tra due diverse tradizioni appare chiara, come mi ha ricordato Claudio Mutti, da una didascalia di una foto apparsa sul numero unico di Europa Combattente del giugno 1963, dove si legge che la croce celtica era stata eretta da monaci irlandesi in Germania nell’850 e che era un antico simbolo solare «comune a tutti i popoli europei che significa il rinnovellarsi della vita, per questa ragione è stata adottata come insegna dei gruppi che si battono per il rinnovamento europeo, diventando così la croce d’Europa».
Da una parte ci si richiamava dunque a una tradizione simbolica che comunque restava la matrice di un pensiero autenticamente di destra, penso all’importante magistero di Adriano Romualdi (nella foto a sinistra), e non a caso molti di noi avevano aderito alla corrente romualdiana del Msi, e dall’altra ne indicava la confluenza nel filone del cattolicesimo tradizionalista. È comunque vero che la croce celtica ci colpì per la sua novità nel mondo appunto alquanto ripetitivo del simbolismo di estrema destra. Come molti sanno, storicamente fu Franl’Oas (l’organizzazione dell’armata segreta dei pieds noirs, poi passata in Francia) a far diffondere il nuovo simbolo. Non conosco i motivi, certamente un po’ casuali come succede in questi casi, della scelta da parte dei pieds noirs, ma non dovettero essere lontani dai nostri, infatti, sembrerà banale dirlo, la croce celtica si diffuse per la semplicità con cui poteva essere tracciata sui muri. Mi permetto un ricordo personale, e spero che il “reato” sia caduto in prescrizione. Agli albori della Giovane Europa fiorentina facevamo ciò che era ovvio fare nel campo della propaganda politica, che comprendeva, allora come ora, la scritta murale. In qualche modo precorremmo i writers. Inventavamo slogan e poi andavamo a dipingerli sui muri delle scuole. Una notte decidemmo, con Franco Cardini, mi perdoni se lo coinvolgo, di andare a scrivere sul muro del liceo Michelangelo, notoriamente di sinistra, la scritta: «Senza Mosca e senza Washington». Un po’ lunghetto, ma con un po’di celerità ce la saremmo cavata prima di essere visti. Scendemmo dalla macchina e cominciammo. Fino a Mosca andò tutto liscio. I problemi cominciarono col nome della capitale statunitense. Come diavolo si scriveva? Iniziò una vivace discussione, che venne interrotta dall’arrivo di un metronotte. Quella scritta, rimasta incompiuta, sarà un segno enigmatico del pre-sessantotto.
Quando però introducemmo la croce celtica, i nostri problemi di spelling erano finalmente risolti, bastava quel cerchio e quella croce per qualificarci. La firma, il logo del nuovo movimento, diventò nota non solo a Firenze. Ma torniamo ai primordi della croce celtica, che compare quindi nella storia della lotta politica in Algeria. Secondo l’Histoire de l’organisation de l’armée secrète di Morland, Barangé, Martinez (Julliard, Paris 1964) la croce celtica ha infatti la sua culla ad Algeri. Il 9 febbraio, in occasione della visita del primo ministro Michel Debré, ci fu una manifestazione di protesta, organizzata dal Parti Nationaliste e da altri gruppi algerini di destra. I dimostranti innalzavano come simbolo la croce celtica. Franco Cardini mi fa notare come questa croce celtica possa essere in diretta connessione con la “francisca” stilizzata del Ppf di Jacques Doriot. La celtica dunque diventerà parte integrante della simbologia nelle manifestazioni in Algeria. Passerà poi anche al movimento di resistenza armata. Nell’Oas, o vicino ad essa, militavano elementi che provenivano dal movimento Jeune Nation, dissolto in Algeria il 15 maggio del 1958 e ricostituito il 6 febbraio successivo sotto il nome di Parti Nationaliste. Questo in Italia assumerà il nome di Giovane Nazione, ereditandone il simbolo e da essa nascerà Giovane Europa. È però vero, come mi fa notare Amerino Griffini, fondamentale fonte di documentazione sui movimenti radicali a partire dagli anni Sessanta, che prima che da Giovane Nazione, la celtica era stata adottata in Italia dalle Fng (Formazioni Nazionali Giovanili), anche l’uso non aveva ancora conosciuto una diffusione di massa. Una cosa è però certa: nulla di più lontano dalla celtica di allora era il rimando a un anche solo velato antisemitismo. Certo, mi ha ricordato Franco Cardini, non si può negare un legame sentimentale con fascismo letterario francese, ma si tratta di quello cui aderì Pierre Drieu la Rochelle, molto vicino all’estrema sinistra. Del resto, continua Cardini nella lettera che mi ha scritto qualche giorno fa, «i colori della croce celtica di Giovane Europa erano quelli che dall’Ottocento sono i colori della rivoluzione e della libertà: il rosso e il nero. Questo per noialtri vecchi nazionaleuropeisti. Gli abusi dei teppisti degli stadi non sono storia nostra e non ci riguardano».
Cardini ha profondamente ragione. Il deteriorare dei simboli, non in quanto tali, ma come espressione di una ideologia, è purtroppo un fatto contemporaneo. Deterioramento aiutato dall’ignoranza che regna in materia. In un articolo del 1992, apparso sul Corriere della Sera, intitolato «Nazifascisti in piazza Venezia», la croce celtica tocca il fondo della sua parabola. L’articolista descrive il corteo dei naziskin che portano «un bracciale con la runa celtica (la svastica dei neonazisti)». Triste fine della “nostra” croce generazionale, degradata a una inesistente “runa” celtica portata da fanatici naziskin. Habent sua fata signa.




Luigi G. de Anna (3.8.1946), giornalista e scrittore, si è laureato in Lettere nel 1973 (Università di Firenze). Nel 1988 ha presentato la sua tesi di dottorato: "Conoscenza e immagine della Finlandia e del Settentrione nella cultura classico-medievale". Dal 1997 è professore di Lingua e cultura italiane presso l'Università di Turku, in Finlandia. Gran parte del suo lavoro di ricerca è incentrato sulle relazioni culturali tra Italia e Finlandia. A Turku, De Anna è stato fra i fondatori della Società di Lingua e cultura italiane che pubblica la rivista 'Settentrione'.

martedì 14 ottobre 2008

COMPAGNO CAMERATA – PAROLA DI GUIDO PAGLIA (OGGI AL VERTICE RAI): “NERI E ROSSI, STAVAMO DALLA STESSA PARTE. SI CONTESTAVA LA SCUOLA AUTORITARIA.




Luciano Gulli per "Il Giornale"



«A un certo punto si gira uno smilzo - era Roberto Gaita, uno di sinistra, poi giornalista al Messaggero - e fa: "Compagni! Attacchiamo!". "Compagni? Ahò, ma che compagni! Qua siamo tutti camerati!" gli rispondono tre o quattro che gli stavano intorno».
Guido Paglia, uno di «quelli della foto», se la ricorda bene, quella giornata. Roma, Valle Giulia, primo marzo 1968, facoltà di Architettura. Va in scena la madre di tutte le battaglie fra studenti e poliziotti in Italia. Roba di sinistra? Mah, si e no. Cioè: più no che si. Anzi, decisamente no, stando alla foto che il Giornale ha pubblicato ieri, a corredo della presentazione di Il sangue e la celtica, libro di Nicola Rao sullo stragismo nero.
Paglia, all'epoca ventunenne, è lì, giù dalla scalinata di Valle Giulia, il petto in fuori, all'attacco come sempre. Questione di carattere. Camerata di ferro, uomo d'ordine (un tempo, si ricorderà, questi erano insulti sanguinosi che al portatore dell'ingiuria potevano costare, e spesso sono costati, qualche sprangata sul cranio e qualche revolverata) Guido Paglia è un giornalista di lungo corso. Vicedirettore e capo della redazione romana di questo giornale, l'ex «fascista» è da sei anni direttore della Comunicazione e delle Relazioni esterne della Rai. Da New York, dov'è per la quarta edizione della Settimana della Fiction, quei fatti di quarant'anni fa gli devono sembrare lontanissimi. Ma è solo un momento. Il film della memoria - roba vera, altro che fiction - è pronto a scorrere. Si abbassino le luci in sala.
«È vero. La contiguità fra destra e sinistra c'è stata. E quella foto che avete pubblicato lo dimostra benissimo. Perché il Sessantotto, non è inutile ricordarlo ogni tanto, era nato come protesta corale di tutto il mondo studentesco nei confronti di una scuola e di un'università vecchia, asfittica, dominata dai baroni. Ma quella contiguità durò lo spazio di un mattino».
Una protesta contro il principio di autorità, dunque. Però suona bizzarro. La destra contro l'autorità...«Contro l'autoritarismo, direi piuttosto, che è la degenerazione del principio di autorità. Ecco, quello è l'obiettivo che in una prima fase ci ritrova tutti uniti, destra e sinistra. Prima che la sinistra si spinga sulla strada della contestazione globale: dall'università, alla famiglia, alla società. In quei giorni noi occupavamo le facoltà tradizionalmente di destra: Giurisprudenza, Scienze politiche, Economia e Commercio, Ingegneria, Farmacia...».
I rossi stavano invece a Lettere e Filosofia, a Chimica e Fisica, a Matematica... Quando finisce l'entente cordiale con la sinistra?«Quindici giorni dopo. Incombono le elezioni politiche, e il Movimento sociale non può tollerare che i suoi giovani occupino le università. Cercano di coinvolgerci, ma quando vedono che non c'è niente da fare mobilitano quelli che all'epoca si chiamavano Volontari Nazionali: operai, essenzialmente, la base missina popolare. Arrivano in qualche centinaio, capeggiati da Giulio Caradonna, e vanno allo scontro con quelli di Lettere».
E si trovano di fronte, fra gli altri, i «pacciardiani» di Primula Goliardica. Fra loro ci sono Lamberto Rock, Ezio Maria Dantini, Franco Papitto, che da grande diventerà corrispondente di Repubblica da Bruxelles...«Esatto. I missini, respinti, si chiusero a Giurisprudenza. È lì che Giorgio Almirante venne circondato da quattro, cinque persone e menato di brutto. Be', mi buttai io, nella mischia, per salvarlo. E chi c'era con me? Un "cinese", come chiamavamo allora i comunisti. Si chiamava Alfredo Cesarini. Ma prima di essere un "cinese" era amico mio».
La destra extraparlamentare nasce in quei giorni, dal ripudio del Msi di quanti non avevano obbedito agli ordini schierandosi contro il comune nemico. Il partito di Almirante non poteva accettare che si fraternizzasse con la sinistra.«Fu il grande errore strategico del Msi. Loro incarnavano il partito d'ordine, la quintessenza del perbenismo, l'anima reazionaria anticomunista. Noi giovani eravamo i romantici movimentisti, rivoluzionari. La Repubblica Sociale era il nostro punto di riferimento. Fu un errore, quello del Movimento sociale, che il Pci, attento a gestire i rapporti con le frange giovanili che gli erano ideologicamente omogenee, si guardò bene dal commettere».
Poi il feeling dei primi giorni, con i «compagni», si spezzò.«E noi di destra, in blocco, diventammo per sempre sporchi, brutti e cattivi».
Per anni, ogni volta che si è scritto e parlato di Sessantotto, di proteste studentesche, si è sempre parlato della sinistra. La sinistra ha fatto, la sinistra ha detto...«Noi non avevamo diritto di cittadinanza. È come se non fossimo neppure esistiti».
Terrorismo di destra e terrorismo di sinistra. Le Brigate Rosse, Prima Linea avevano almeno la prospettiva, allucinata, di mobilitare le masse operaie. Ma i Nar, gli spostati di Ordine nuovo?«Quello di destra fu un modo di reagire alla repressione delle forze di polizia e della magistratura. Ma anche una reazione alla caccia aperta contro "il fascista". Finì per essere un modo di attorcigliarsi su se stessi».
Anche la sinistra, ultimamente, si è convinta che con la strage di Bologna i "fascisti" non c'entrano. Se fosse così anche per le altre?«Mah, che ci sia la responsabilità di alcune frange, spinte all'esasperazione, a me pare possibile. Resta il fatto che di nessuna strage, sotto il profilo giudiziario, si può dire: ecco, sono stati loro».
Tu hai mai corso il pericolo di finire in una banda armata di estrema destra?«Sì. Mi chiamarono in causa per la strage di piazza Fontana. Dovevo essere io il Guido, giornalista di destra, di cui parlava Ventura. Se non avessi resistito alla tentazione di scappare, sì, sarei passato dall'altra parte, per combattere l'ingiustizia che stavo subendo. Trovai invece un magistrato perbene, onesto. Era un uomo di sinistra. Si chiama Gerardo D'Ambrosio».

IO MAFIO, TU MUORI – DIMMI COME PARLI E TI DIRÒ COME SPARI - BUTTAFUOCO COMMENTA IL LIBRO DI BOLZONI SUL LINGUAGGIO MAFIOSO



Pietrangelo Buttafuoco per "Il Foglio"


"Ecco, lo dico: il danno". In principio era il Verbo, alla fine ci sarà la Rivelazione ma in mezzo - nel frattempo - c'è la Mafia con le sue parole d'onore. Saranno i filologi i poliziotti che metteranno capo al crimine organizzato. E ce ne vorranno di esperti in lingua cinese, russa ed altri ancora, conoscitori dell'idioma giudaico, per persuadersene di mafia cinese, russa ed ebraica perché l'ontologia del sangue criminale è tutta svelata nel linguaggio. Dimmi come parli e si capirà come spari. Si capisce sempre come si spara perché la mafia, infine, di qualunque latitudine sia, già ontologicamente prevede un unico possibile sbaglio: quello di sbagliare a parlare.
In principio era il Verbo, alla fine ci sarà la Rivelazione ma in questo frattempo, di quella siciliana, intesa come Mafia, tutta la scienza occorrente di segni, codici e idiomi è già codificata e un libro degno della Schola Palatina di Carlomagno è, appunto, "Parole d'onore" di Attilio Bolzoni (Bur, euro 12,00). Il sottotitolo è già un ghiotto antipasto: "Le voci di Cosa Nostra. Il gergo dei suoi uomini. Fra riti e tragedie, mezzo secolo di mafia nella parlata dei mafiosi".
"Ecco, lo dico: il danno". Inutile dire che fior di filologo s'è rivelato Bolzoni, giornalista di Repubblica, coautore con Giuseppe D'Avanzo dello strepitoso libro "Il capo dei capi", testo base dell'ancora più magnifico film con Claudio Gioè nei panni di Totò Riina. Un filologo armato di bisturi nella carne viva di un'aberrazione qual è il dominio dell'uomo sull'uomo, questo è Bolzoni. Un filologo mai compiaciuto ma neppure - e non vorremmo urtarne la sensibilità - fanatizzato dalle malie dell'antimafia declamatoria. Tutto, infatti, è catalogo. Mai un sopracciò moralistico, mai un acuto retorico né un climax di quel genere civil-legalitario che spesso - alla fine della fiera - butta molta più gente tra le braccia della mafia di quanti, di mafiosi, ne dovrebbe buttare in galera.
"Ecco, lo dico: il danno". In principio c'è quel verbo, mafiare, e siccome non c'è verso di penetrare il mistero del Male privo di pietà, se non con il lavoro certosino dell'amanuense che scava dentro le parole, questo nuovo saggio di Bolzoni è come un manuale, un libro di scuola a metà tra il dizionario e un codice d'ermeneutica per afferrare il bandolo aggrovigliato del silenzio criminale. A proposito di chirurgia, commozione e filologia, antideclamatorio e perciò efficace nel fare capire che cos'è veramente la Mafia, è il capitolo "Non siamo stati noi".
Un uomo su una Kawasaki chiama un bambino di undici anni, Claudio Domino, quello si avvicina e con un colpo di pistola alla fronte viene ucciso. Sono le ventuno del 7 ottobre 1986. A Palermo nessuno sa intendere il perché di un omicidio così brutale. L'indomani si apre il dibattimento in Corte d'assise del maxiprocesso ai boss mafiosi, Giovanni Bontade chiede la parola al presidente Afonso Giordano: "Signora Presidente", dice il boss, "anche noi abbiamo figli... noi non c'entriamo niente con questo omicidio, non siamo stati noi, è un delitto che ci offende e ci offende ancor di più il tentativo della stampa di attribuirne la responsabilità agli uomini processati in questa aula...".
"Ecco, lo dico: il danno". Riportandoci al centro di questa scena Bolzoni - con gli attrezzi della chirurgia filologica - ci svela il senso di un segno inedito e inaudito: "E' la prima volta che un mafioso siciliano pronuncia quella parola: noi". Come in tutte le cose di Sicilia dove tutto è mistero, allo stesso modo (come sempre), tutto finisce in verità. L'autenticità degli eventi, infatti, avrà la sua rivelazione in un preciso fatto: un rosticciere, Salvatore Graffagnino, sparisce.
Forse quello che manca in Sicilia è la sentenza di Stato, ma le cose autentiche ci sono ed è con i fatti che il rosticciere viene levato di mezzo dalla mafia. E' lui, infatti, il mandante dell'uccisione del bambino. Una storia terribile: era l'amante della madre del bimbo. E il piccolo Claudio, che li aveva visti insieme, viene ammazzato come un vitello: con un colpo in fronte. "Una storia infame" scrive Bolzoni. Una storia che attende ancora il terzo atto. Un anno dopo viene ucciso Giovanni Bontade. Non certo per una faida da ricondurre al rosticciere. Ma per aver fatto quel comunicato al processo. Per aver pronunciato la parola "noi".
"Ecco, lo dico: il danno". Il noi non esiste nella mafia. Il noi è una chiamata di correo. E tutti noi - noi che nella dolente terra di Sicilia ci rinfreschiamo la bocca dell'anima e quella della coscienza ¬- reclamando la redenzione facciamo sempre i conti con l'ironia, anche involontaria. A noi può sempre capitare di parlare con la persona sbagliata, può capitare di baciare male e di parlare al telefono tra mille fraintendimenti di lingua e linguaggio. Con tutti quelli che circolano intorno a "noi", insomma, come possiamo capacitarcene?
E se possiamo portare ad esempio un aneddoto, raccontiamo di Vincenzo Pirrotta, grandissimo interprete di Euripide, l'autore de "La ballata delle balate", attore potentissimo e nativo in quel di Partitico, luogo principe di "noi", adesso alle prese con la sublime poesia di Ibn Hamdis. Pirrotta racconta sempre di quando suo padre lo subissò di legnate a causa di certe frequentazioni del ‘noi': "E meno male", rivela adesso, "altrimenti, altro che Ibn Hamdis, di sicuro nel 41bis sarei".
"Ecco, lo dico: il danno". I "noi" hanno un solo luogo perché i tanti luoghi della pluralità procurano confusione, caos, pazzia e Bolzoni che nel suo procedere da clinico della parola ha avuto il genio di fare esperimenti di filologia dal vivo, con Tanuzzo Riina nientemeno, il fratello del più noto Capo dei Capi, lavorando di fino gli ha strappato una sentenza degna di Ciampa lo scrivano, l'eroe pirandelliano del Berretto a Sonagli. E dunque, tenete a mente la scena. Siamo a Corleone. Bolzoni, bravissimo, incalza Tanuzzo a proposito di Tommaso Buscetta, il pentito attraverso cui Giovanni Falcone con Gianni De Gennaro e la Dia sfasciarono Cosa Nostra.
Tenete a mente la scena dunque, la piazza di Corleone (il paese che ha dato il nome a Don Vito, il Padrino). E tenete a mente il rovinio di domande: e chi è, chi non è e cosa ne pensa vossia di Buscetta? Ebbene, giudichi il lettore se non ci troviamo di fronte ad un Ciampa redivivo. "Buscetta ha viaggiato, è stato in Continente, a Milano e a Torino. E' andato a New York. E poi in Brasile".
"Ecco, lo dico: il danno". Tanuzzo tira la somma sotto a tanta confusione di geografia, inghiotte l'intero mappamondo in un sospiro e sussurra: "Ha visto il mondo e gli è scoppiato il cervello". Un vero colpo di genio. E tanto torto, in coscienza, non gli si può dare a Tanuzzo. Con parole "dell'altro mondo", infatti, fa capire come l'archetipo rurale arriva dove la modernità cosmopolita arranca. Per la descrizione di questo cervello che si spappola tra femmine carioca e gangster di Nuova York, manco ottanta sedute di Terapie & Pallottole potrebbero bastare e invece Tanuzzo c'indovina: potremmo adesso avventurarci nella psichiatria? Atteniamoci alla filologia piuttosto.
"Ecco, lo dico: il danno". Il libro di Bulzoni è naturalmente frutto di un lavoro giornalistico di altissimo livello ma pur trattando di cronaca, sangue e misteriose trame, proprio in virtù del linguaggio, non manca di assolvere a ciò che dai tempi dei Beati Paoli ormai, la Mafia fa: si fa leggere con piacere. I personaggi ci sono tutti, l'intera scala dei sentimenti si squaderna sulla pelle di una storia orba di lieto fine, il male dilaga tra infiniti reticoli di menti raffinatissime e le parole d'onore poi, sono un impasto di fango e ingegno, un'epica geometricamente perfetta. E maligna.
"Ecco, lo dico: il danno". Quel verbo del principiare a mafiare è un magnete irresistibile per il grande pubblico, una manna per la scena internazionale tanto è vero che quel confine tra vero, verosimile e finzione viene scavalcato da Bolzoni mettendo a pari merito, tra i padrini, quello cinematografico di Francis Ford Coppola. Ed è davvero improba cosa in tema di mafiata distinguere tra bugiarderia e verbali d'interrogatorio, tanto è potente questo linguaggio fatto di gesti e motteggi mutangoli, impasti di quella pasta afona che è lo scruscio, il frastuono silenzioso della paura, ovvero: "tutta una puliziata di piedi". Il libro di Balzoni consta di cinque grossi capitoli.
Nell'ordine: La tradizione, la tragedia, lo stato, il silenzio e il futuro. Il volume si accompagna con una citazione di Angelo Nicosia, parlamentare della commissione antimafia 1963-1976: "Le massime aspirazioni del siciliano sono tre: mangiare carne, cavalcare carne, comandare carne" e siccome la citazione non può cadere così, ricordiamo alcuni dettagli: Angelo Nicosia - protagonista della lotta alla mafia - venne pure accoltellato in piena Palermo. Uomo dallo stampo nobile, degno erede di Cesare Mori, fu parlamentare del Msi. Ma torniamo al libro.
"Ecco, lo dico: il danno". In questo ricco piatto di vicende dolorosissime ogni lettore può crearsi un viaggio credibile e incredibile dentro la storia e la mitologia contemporanea. Attraverso le parole d'onore, infatti, si possono sentire i frammenti di un canovaccio che sconfina anche nella commedia all'italiana. E come catalogare altrimenti la vicenda dell'eterno golpe Borghese?
"Se in Italia c'è la democrazia dovete ringraziare me" urla da una gabbia Luciano Liggio mentre assapora tra le labbra e i denti un appetitoso sigaro. Nell'estate del 1970 il principe Junio Valerio Borghese - comandante, sia detto per inciso, di Mauro de Mauro, il giornalista dell'Ora ucciso dalla mafia - chiedeva l'aiuto della cupola per portare a termine l'operazione Tora Tora, ossia la conquista di prefetture, questure, caserme e sedi Rai e l'abolizione della democrazia in tutta Italia. Per far questo il principe chiede alla mafia un elenco completo di nomi, affiliati e capi, famiglia per famiglia. E non solo: faceva anche richiesta che i picciotti portassero una fascia verde al braccio in segno di riconoscimento. Praticamente, povero principe, venne preso a fischi e piriti (leggi: peti).
"Ecco, lo dico: il danno". Una sceneggiatura da "Vogliamo i colonnelli" che non poteva trovare comparse tra i Pippo Calderone, Giuseppe Di Cristina e lo stesso Liggio che però colse l'occasione di tentare la carta estrema tanto cara ai giochi di potere in Italia, quella del "buttarsi a sinistra" nei momenti di difficoltà. E per buttarsi a sinistra ben bene, Liggio ci fece pure un discorso, questo: "Io non voglio scoprire il sederino a nessuno ma visto che il signor Buscetta nega l'ospitalità che gli ho dato a Catania, vi devo parlare di affari di Stato.
Nell'estate del 1970, lui e Totò Greco vennero da me per ragioni politiche. Avevano un progetto grandioso e megalomane per sovvertire lo Stato, certi politici promettevano cose grosse, volevano arruolare due, tre, diecimila uomini ma io a un certo punto mi rifiutai di rivederli. Presidente, queste cose il signor Buscetta non ve le ha mai dette, eh?. Non ho voluto portare l'Italia alla dittatura, se oggi c'è la democrazia dovete ringraziare me".
A parte il rammarico della mancata operazione Tora Tora c'è da segnalare come anche in questa occasione il linguaggio svelò un capovolgimento perfino ironico. "Ecco, lo dico: il danno". Commedia all'italiana o no, Liggio, prendendo la parola in quel 15 di aprile del 1986, aveva fatto uno sgarro. Gli arriva un biglietto e non sbaglierà a parlare mai più. "Fumati il sigaro ma fatti il carcerato". Così si leggeva nel pizzino recapitatogli.
"Ecco, lo dico: il danno". Era un personaggio molto carico il Liggio, col merito di avere hegelianamente definito per antitesi quella sintesi mai trovata tra gli archivi della giudiziaria nazionale. Invitato a deporre davanti alla commissione parlamentare antimafia, alla domanda del presidente: "Signor Liggio, secondo lei, esiste la mafia?", Liggio rispose: "Signor presidente, se esiste l'antimafia...".
E Liggio, forse più di Buscetta, ha un certo uso di mondo. Ha innanzitutto il debole per la filosofia. Sembra Achille Campanile quando sentenzia così: "Socrate è uno che ammiro perché come me non ha scritto niente". Pittore di quadri chissà dove finiti, Liggio non scriveva ma leggeva. Oculatamente solo alcune pagine: "Dei giornali leggo solo la terza pagina. Racconti e qualche recensione. Il resto è falso".
Ovviamente Liggio non poteva immaginare cosa sarebbero diventate le terze pagine oggi, ancora più false di tutto il resto del giornale ma la sua vena surreale è proprio gustosa: "Ho finito per odiare i sarti da quando sento dire: il giudice si mantiene abbottonato... Insomma, finisco per odiare i sarti perché non sanno abbottonare questi vestiti dei giudici. Sembra che ci lascino sempre gli occhielli aperti, non so, ma si aprono...". Un vero maestro della maieutica, il Liggio, maestro di Totò Riina peraltro, autore della sentenza massima in tema di dannazione criminale: "La curiosità è l'anticamera della sbirritudine". Guizzi di sicilitudine, manco a dirlo.
"Ecco, lo dico: il danno". La mafia che è materia di filologia può ben sostenere le disquisizioni sugli universali e la questione del nominalismo. La mafia è solo un flatus vocis, così a tal punto puro fiato di voce che Michele Greco, altrimenti noto come "il Papa", se ne dispera: "Mi accusano tutti solo perché il mio nome fa cartellone. Se anziché chiamarmi Michele Greco, mi chiamassi Michele Roccappinnuzza, io non mi troverei qui all'Ucciardone". Un ragionamento degno di Porfirio di Tiro, manco a dirlo.
"Ecco, lo dico: il danno". E di questo danno, infine, dobbiamo svelarne l'arcano, è un paragrafo che riprende l'interrogatorio di un banconista da bar chiamato a testimoniare dopo l'uccisione di Nenè Geraci, capomafia di Partinico. Domanda dell'avvocato: "Che cosa è successo?". Risposta: "E' successo che c'è stato... questo fatto che è successo. Diciamo... diciamo il... il danno". Ancora domanda: "Il danno?". Risposta: "Ecco, lo dico: il danno". Domanda finale: "Ci fu una sparatoria?". Risposta: "Mi... mi perdoni. Siccome, allora, le ripeto a dire: io ero sopra il banco a servire il caffè. Ora, siccome il bar la domenica mattina è sempre affollato. Sia la gente che è esterna, che parla di partite di calcio. Sia la gente che è interna che si consuma la rosticceria... quello che è successo l'hanno saputo all'esterno ed è entrato all'interno e poi se ne sono andati tutti via".
Ecco, l'abbiamo raccontato: il danno. Tra i protagonisti di questa grande mafiata il lettore troverà ovviamente Giulio Andreotti e la celeberrima scena della baciata con Riina e troverà anche Silvio Berlusconi, interessato a fare acquisti immobiliari in quel di Palemmo ma d'altronde - si sa - "iddu pensa sulu a iddu". Forte del conflitto d'interessi, Berlusconi che è iddu, pensa solo a se stesso e questa lettura di filologia e semiotica non può chiudersi che con uno striscione issato allo stadio della Favorita il 22 di dicembre del 2002: "Uniti contro il 41bis. Berlusconi dimentica la Sicilia". Sopraddetto. Unicamente parlando. Praticamente lui.

sabato 11 ottobre 2008

COMISO: CIRCOLO AN, SI' A INTITOLAZIONE AEROPORTO A MAGLIOCCO


Palermo, 11 ott. - (Adnkronos) - Il Circolo territoriale di Alleanza Nazionale di Comiso riconferma "la piena approvazione della decisione della Giunta comunale di restituire all'aeroporto di Comiso l'intitolazione al Generale Vincenzo Magliocco,(insignito, non si dimentichi, di una medaglia d'oro, due d'argento e una di bronzo". "Constatata la disinformazione che ad arte e' stata diffusa sull'argomento, infatti, va ribadito - si legge in una nota - che e' stata la precedente Giunta a modificare la intitolazione contro le indicazioni di sondaggi d'opinione effettuati prima e dopo che hanno confermato il mancato gradimento della modifica da parte della cittadinanza". Il Circolo ribadisce ancora che "il sindaco Alfano, votato dalla maggioranza dei Comisani, ha solo e semplicemente rimediato ad un errore, mantenendo un preciso impegno contratto con gli elettori in campagna elettorale e rispettando la volonta' di tutta la cittadinanza". Per An "assolutamente incomprensibili appaiono le ingerenze poco opportune e le prese di posizione, talvolta anche offensive, della sinistra e di esponenti politici di vertice che vorrebbero imporre delle decisioni calate dall'alto alla comunita' comisana che chiede soltanto il rispetto della propria autonomia e della dignita' della propria memoria storica locale. Agli immemori si ricorda in merito chela presenza dell'aeroporto Comiso la deve ad uno dei suoi figli piu' illustri, Biagio Pace, e che solo per l'esistenza di tale base territoriale ne e' stato possibile negli anni piu' recenti progettare la riattivazione".

lunedì 6 ottobre 2008

LA GUERRA DEL FASCISMO IN SICILIA CONTRO LA MAFIA



LA GUERRA DEL FASCISMO IN SICILIA CONTRO LA MAFIA

Di Michelangelo Ingrassia

Sulla storia del rapporto tra il fascismo e la Sicilia pesa un giudizio storiografico schematizzante, di derivazione gramsciana, che inserisce il fascismo nell'ambito del tradizionale blocco agrario isolano e proteso ad instaurare trasformisticamente un sistema di potere non dissimile da quelli che si erano formati prima dell'avvento del fascismo. Le considerazioni di Gramsci hanno trovato una sponda in quelle di un azionista come Guido Dorso o di un liberale come Piero Gobetti: concordi nell'attribuire le responsabilità dell'arretratezza di tutto il meridione ai compromessi delle classi dirigenti che si erano succedute al governo del paese, ivi compresa quella fascista.(1) Perfettamente inserita in questo quadro storiografico classista e/o morale è la tesi di chi, ancora oggi, si ostina a negare un valore storico e politico alla lotta del fascismo contro la mafia. Così, è stato scritto che "la dittatura fascista offrì alla classe dominante siciliana un'alternativa capace di sostituire e superare negli effetti i metodi mafiosi, come ad esempio la repressione del movimento contadino organizzato".(2) E c'è stato chi ha affermato che se il fascismo, a livello nazionale, ha avuto "stretti legami con la classe agraria (...) in Sicilia, però, la situazione è complessa, essendovi la mafia, che è un sodalizio criminoso da combattere, ma che è al tempo stesso legata alla classe agraria (...) Da qui la necessità (...) di una soluzione di compromesso (...) combattere la mafia, costringendola a non commettere delitti; ma, al tempo stesso, lasciare intatta la sua struttura".(3) La conclusione stupefacente di questo ragionamento a dir poco incredibile è che "la mafia subisce la repressione e non commette alcun omicidio. Precisamente, non uccide: nè il Prefetto Mori, nè il Procuratore Giampietro; nè alcun poliziotto; nè alcun carabiniere; nè alcun magistrato".(4) Quest'ultima osservazione, ancorchè macabra, è storicamente inesatta, perchè la mafia uccise!
Per troppo tempo le vittime fasciste della mafia sono state dimenticate e, dunque, assassinate due volte: dal piombo della lupara e da quello di una storiografia che, con i suoi pregiudizi e le sue distorsioni e contorsioni, non può non definirsi faziosa. Infatti, ancor prima che Mussolini formasse nell'ottobre 1922 il suo governo, in Sicilia cadevano vittime di agguati mafiosi il giovane fascista di Misilmeri (in provincia di Palermo) Mariano De Caro, ed il segretario del Fascio di Vita (nell'entroterra trapanese) Bartolomeo Perricone il quale era succeduto nella carica al fratello Domenico, pure lui assassinato dalla mafia.(5)
Queste vittime fasciste della mafia testimoniano tragicamente la vocazione antimafiosa del fascismo, e fanno comprendere quanto difficile sia stata la penetrazione fascista in Sicilia e contrastata la sua affermazione che, infatti, avverrà in tempi e forme diverse che nel resto d'Italia.
Non poteva essere diversamente dal momento che la realtà culturale e sociale dell'isola era caratterizzata, come ha evidenziato lo storico siciliano Giuseppe Tricoli, da un fenomeno come quello del latifondismo agrario attorno al quale si aggregava "in un blocco più che compatto, grazie alla fitta rete di mediazioni delle cosche mafiose, delle sette massoniche, delle clientele locali, la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica siciliana".(6)
In questa realtà conformista e conservatrice i nuovi movimenti culturali ed ideologici come il romanticismo, il liberalismo ed il socialismo erano sì riusciti a penetrare, ma conformandosi ed alla fine integrandosi "nel blocco storico dominante, contribuendo a perpetuare uno stato di sostanziale immobilismo".(7) Invece i fermenti eretici del futurismo, del nazionalismo, del dannunzianesimo e dello stesso fascismo restavano espressione di persone e gruppi isolati e sostanzialmente emarginati "sicchè le loro idee non riuscivano ad avere incidenza politica e tantomeno a formare una base di massa".(8) Non a caso alle elezioni politiche del 1921 mentre nella penisola il fascismo si affermava con notevole successo, in Sicilia addirittura non figuravano liste fasciste; un elemento, questo, chiarificatore di quella precarietà del fascismo siciliano delle origini e della sua estraneità verso quel vecchio mondo del pescecanismo agrario-mafioso.
Ma del resto non era facile inserirsi nel quadro politico siciliano rappresentato dal liberalismo di Vittorio Emanuele Orlando, dalla Democrazia Sociale di Francesco Saverio Nitti e dal socialriformismo. In sostanza, la vecchia italietta passatista e trasformista di giolittiana tradizione aveva nella Sicilia la sua roccaforte grazie alle condizioni sociali e culturali dell'isola che ne avevano favorito il radicamento.
La grande svolta nel rapporto tra fascismo e Sicilia arriva nel 1924, quando ormai è matura nella nuova classe dirigente del paese la consapevolezza che per liberare la Sicilia occorre sgretolare il fronte interno sociale, culturale e politico dell'isola che fa perno proprio nella mafia. Il fascismo, in questa fase, è impegnato su due versanti: da un lato occorre contrastare il tentativo del vecchio blocco di potere isolano di salire sul carro del fascista vincitore, dall'altro è necessario costruire quella presenza dello Stato che nell'isola non c'era mai stata, in modo da far sentire la Sicilia parte attiva dell'Italia. Si tratta, cioè, di riuscire laddove il vecchio Stato liberale era fallito: integrare la Sicilia nella realtà nazionale. Il tributo di sangue pagato dal fascismo originario nella Sicilia inquinata del periodo antemarcia è la prima tappa di questo percorso e la lotta alla mafia, inserita in questo contesto, diventa un problema metapolitico, un dovere morale per il fascismo al potere. Così, già all'indomani della Marcia su Roma, tra il novembre ed il dicembre del 1922, ecco la prima grande azione dimostrativa del fascismo palermitano a Corleone ed a Marineo per protestare contro l'ennesimo eccidio mafioso. E nel marzo 1924, in un famoso comizio tenuto a Palermo, ecco Giovanni Gentile, ministro di Mussolini, assegnare al fascismo siciliano il compito di polverizzare "gli strati ancora spessi di vecchi detriti della corrotta politichetta delle clientele campanilistiche o parlamentari" e di annientare certi "vecchi che sorridono, impettiti, per le loro aderenze coi soliti manipolatori e traffichini che non si danno ancora per vinti".(9)
E sul fronte della vigilanza, ecco i quadri del fascismo siciliano ed i Prefetti dell'isola denunciare in azione congiunta i tentativi d'infiltrazione mafiosa nel Partito Nazionale Fascista.(10) Emblematica in proposito la vicenda dell'onorevole Drago, un deputato socialriformista compromesso con le cosche delle Madonie, il cui improviso e sospetto filofascismo venne denunciato dalla stampa fascista isolana senza tentennamenti. E ancora và ricordata l'intensa attività ispettiva nell'isola di dirigenti fascisti nazionali come Starace (destinato poi a diventare segretario nazionale del Pnf), Rocca e Giunta.
Sono questi i primi segnali della versione siciliana di quella guerra tra la nuova Italia fascista e la vecchia Italia prefascista. In questa battaglia combattuta sul fronte siciliano, la mafia si configura come "il nucleo più ferreo dell'antico blocco egemone";(11) e questo vecchio blocco egemone, per la nuova Italia fascista, si frappone tra lo Stato e l'isola impedendo di portare a termine anche in Sicilia il Risorgimento. Colpire la mafia, quindi, per scardinare questo blocco egemone è la strategia del fascismo per raggiungere l'obiettivo dell'integrazione nazionale dell'isola. Decisiva, a tal fine, è la visita che lo stesso Mussolini compie in Sicilia nel 1924 e che offre al giovane Presidente del Consiglio l'opportunità di avere una presa di contatto diretta con la particolare realtà siciliana. Un contatto ravvicinato simboleggiato dal significativo incontro/scontro con quel don Ciccio Cuccia, sindaco di Piana degli Albanesi e capo-cosca della zona, il quale accoglie il Duce lamentandosi arrogantemente della presenza della scorta ritenuta inutile nel suo paese perchè lì alla sicurezza di Mussolini avrebbe provveduto lui stesso. E' facilmente immaginabile l'indignazione di Mussolini il quale dimostrerà di avere compreso la complessità della realtà siciliana nel momento in cui, qualche giorno dopo, in un comizio ad Agrigento, affermerà: "voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: si è parlato di strade, di acqua, di bonifica, si è detto che bisogna garantire la proprietà e l'incolumità dei cittadini che lavorano (...) Non deve essere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica come la vostra".(12)
Ora, appare evidente come il vero problema storiografico, nell'ambito del rapporto tra fascismo e Sicilia, non sia quello di misurare il tasso di efficacia della cosiddetta operazione Mori, che sarebbe riduttivo e fuorviante, ma di capire se il fascismo era nel giusto quando sosteneva che per valorizzare la Sicilia, per farla sentire parte della Nazione, occorreva sradicare quel blocco egemone latifondista e conservatore che tanti guasti aveva prodotto financo nella mentalità e negli usi e costumi di tutto un popolo, e che nella mafia trovava il suo aspetto esteriore tangibile ed il suo temibile e temuto gruppo di fuoco. La Sicilia aspettava ancora la terra promessa da Garibaldi all'indomani dello sbarco dei mille; la Sicilia non aveva visto segni di presenza dello Stato italiano; la Sicilia aveva subìto l'indifferenza prima dei Borbone e poi dei Savoia verso il ceto latifondista; i siciliani che sul finire dell'ottocento avevano trovato la volontà ed il coraggio di riscattarsi con la lotta dei Fasci dei Lavoratori, erano stati aggrediti militarmente dallo Stato e abbandonati a sè stessi dal nascente Partito Socialista Italiano. Un errore storico, questo del disinteresse socialista, la cui gravità ancora oggi non viene messa bene a fuoco. Un errore che anche il fascismo rischiò di compiere quando, di fronte al fallimento dei primi tentativi di penetrazione fatti, il Comitato Centrale Fascista affermò in un documento dell'agosto 1922 che la Sicilia sarebbe diventata, nella futura Italia fascista, "il ricettacolo di tutto il marciume che noi cacceremo da Roma".(13)
Questo disinteresse del fascismo verso la Sicilia, inversamente proporzionale al sostanziale disinteresse della Sicilia verso il fascismo ancora alla vigilia della marcia su Roma, smentisce la tesi di Gramsci, Dorso e Gobetti del connubio tra fascismo, classe agraria siciliana e cosche mafiose; tesi peraltro spazzata via dal sangue dei giovani fascisti assassinati per mano mafiosa.
Nel 1922, una volta giunto al potere, il fascismo decide di fare pulizia nell'isola e dichiara guerra alla mafia ed al blocco dominante da questa protetto: ed è una guerra culturale, politica e militare quella combattuta dal fascismo; un gesto di rottura con il passato che si inquadra nell'azione rivoluzionaria intrapresa dal fascismo di portare a termine il Risorgimento italiano integrando la nazione. Un gesto di rottura compiuto su due fronti: contro il tradizionale atteggiamento dei vecchi governi liberali che in Sicilia avevano lasciato fare e lasciato passare; e contro quel blocco sociale, culturale e politico isolano che, approfittando della colpevole indifferenza del vecchio Stato liberale, aveva potuto radicarsi e crescere fino a sequestrare l'isola inglobando e metabolizzando ogni nuovo fermento politico-culturale e annientando col gruppo di fuoco mafioso ogni tentativo di resistenza, compreso quello del giovane fascismo siciliano.
In questa prospettiva, la lotta alla mafia di Cesare Mori non va ridotta ad una semplice operazione di polizia, come pretende una certa storiografia; ma costituisce la prima tappa di un globale rinnovamento della Sicilia chiamata dal fascismo a svolgere un ruolo primario in una rinnovata Italia che, ormai protesa verso l'Africa ed il vicino oriente e la costa adriatica, aspirava al primato di grande potenza mediterranea nel consesso delle nazioni. Con l'azione del prefetto Mori venivano raggiunti gli obiettivi preliminari della strategia fascista: innanzitutto veniva debellata la manovalanza mafiosa; poi veniva scompaginato il blocco egemone relegando nell'angolo dell'impotenza personaggi come Vittorio Emanuele Orlando ed il conte Lucio Tasca (che ricompariranno a guerra finita);(14) infine veniva spezzato l'anello di congiunzione fra cosche mafiose e blocco egemone con l'arresto di decine di sindaci, avvocati, notabili vari, tutti condannati a gravi pene detentive. Tutto ciò dimostra, fra l'altro, che non è vero che il prefetto di ferro si sia fermato in basso; anzi, come ha ammesso recentemente uno storico di sinistra documentando i fatti, "Mori colpì duro anche in alto".(15)
L'azione di Mori si esaurì nel momento in cui il prefetto rese innocuo il gruppo di fuoco mafioso e mise in crisi l'alleanza tra latifondisti, vecchi politici e cosche mafiose. E' questo il momento in cui quel blocco egemone siciliano, che era il vero bersaglio culturale e politico del fascismo, rimasto privo del gruppo di fuoco mafioso col quale proteggersi ed intimidire e non avendo più a disposizione quegli elementi mafiosi infiltrati nelle istituzioni isolane, venne sconfitto. Terminata la fase giudiziaria e repressiva, il fascismo continuò la guerra di liberazione della Sicilia attraverso un'azione amministrativa, una bonifica psicologica, un'azione educativa ed una bonifica economica e sociale che, iniziate con un efficace piano di realizzazione di opere pubbliche, culminarono nel 1940 con la legge contro il latifondo. I siciliani videro finalmente uno Stato che costruiva le infrastrutture, che modernizzava l'isola con il risanamento delle città e con la costruzione di dighe, strade, ospedali, case, aeroporti; videro uno Stato che attraverso l'Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano colpiva gli interessi dei latifondisti; videro un'Italia che considerava la Sicilia come il centro geografico dell'impero, per usare un'espressione di Mussolini.
Alcune considerazioni rapide e finali per smentire i luoghi comuni di una storiografia viziata ed ormai avariata. Non è vero che dopo Mori il fascismo abbassò la guardia nella lotta contro la mafia: ancora nel 1935 a Cattolica Eraclea venivano arrestati 245 mafiosi; altri 211 mafiosi operanti tra Favara e Palma di Montechiaro sarebbero finiti in prigione due anni più tardi.
Una certa storiografia presenta Mori come antifascista: giova ricordare che il prefetto di ferro fu uno dei pochi a restare al suo posto durante la crisi Matteotti rinnovando così la propria fiducia a Mussolini. La stessa storiografia utilizza il coinvolgimento di Alfredo Cucco, uomo di punta del fascismo siciliano, nelle indagini di Mori per dimostrare presunte connivenze del fascismo che avrebbero interrotto l'azione del prefetto, non è così: Cucco si difese per decenni nelle aule di giustizia e, pienamente assolto, venne riammesso nel Pnf soltanto nel 1940; seguirà Mussolini nella Rsi e sarà tra i fondatori del Msi in Sicilia; l'attacco di Mori a Cucco muoveva, come ha documentato lo storico Giuseppe Tricoli, dal modesto fatto che ambedue volevano guidare il movimento antimafia del fascismo per mettersi in luce.(16)
A questo punto è arrivato il momento di riconoscere serenamente che il fascismo, in Sicilia, combattendo la mafia, si incaricò di squarciare quel muro di indifferenza astorica e conformista che una Sicilia sequestrata per lunghi anni da una oligarchia politico-sociale aveva eretto contro lo Stato. Su questo muro il fascismo riuscì ad aprire una crepa e segnò un'epoca, interrotta nella notte tra il 9 ed il 10 luglio 1943 quando la più grande flotta alleatà aggredì la costa siciliana con la complicità di quegli elementi mafiosi che il fascismo aveva cacciato dall'isola. Fu così che quei gabelloti che un accordo del 1927 tra Confederazione Fascista dei Lavoratori Agricoli e Federazione dell'Agricoltura aveva eliminato dalle campagne siciliane, alle campagne arrogantemente tornarono nel 1943 con il sostegno degli Alleati in uno scambio perverso di favori. Ma questa è un'altra storia.

NOTE
1) Si segnalano in proposito: A. Gramsci, Sul Fascismo, Roma 1973; G. Dorso, Mussolini alla conquista del potere, Verona 1949; P. Gobetti, Opere Complete, Torino 1960, vol. I.
E' nel pensiero di questi scrittori politici l'origine culturale di quel pregiudizio storiografico sull'azione del fascismo in Sicilia che, tramandatosi nel tempo, ancora oggi sopravvive.
2) I. Sales, La camorra le camorre, Roma 1988, p.113
3) G. Montalbano, Sicilia autonoma, Palermo 1986, p. 180
4) ibidem, p. 181
5) Una rievocazione delle vittime e degli agguati è rintracciabile in: G. F. Di Marco, Clima di un'impresa storica, Palermo 1937, pp. 93 - 95
6) G. Tricoli, Il fascismo e la lotta contro la mafia, Palermo 1989, p. 6
7) ibidem
8) ibidem, p. 7
9) G. Gentile, Il fascismo e la Sicilia, discorso pronunciato al Teatro Massimo di Palermo il 31 marzo 1924; il testo completo nella prima pagina del giornale pomeridiano palermitano L'Ora del 31 marzo/1 aprile 1924
10) cfr. G. Tricoli, op. cit., p. 16
11) ibidem, p. 18
12) Il discorso del Duce è riportato in: B. Mussolini, Opera Omnia, a cura di D. Susmel, Firenze 1963, vol. XX, p. 264
13) cfr. G. Tricoli, op. cit., p. 12
14) In un comizio tenuto a Palermo nell'estate 1925, in occasione delle locali elezioni amministrative, così si esprimeva Vittorio Emanuele Orlando leader della coalizione antifascista: "Or io dico, signori, che se per mafia si intende (...) la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte (...) mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo". Cfr. Il Giornale di Sicilia, 28/29 luglio 1925; il brano è citato anche in: A. Petacco, Il prefetto di ferro, Milano 1975, pp. 76 - 77. Del cavaliere Tasca, che nel 1943 sarà sindaco della Palermo amministrata dagli Alleati, ci limitiamo a ricordare un suo libello dal titolo significativo: Elogio del Latifondo che fu il testo sacro del ceto agrario siciliano
15) Cfr. G. C. Marino, Storia della mafia, Roma 1997, p. 47
16) Cfr. G. Tricoli, op. cit., p. 31

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